Con il Congresso nazionale del 3-6 mar. 1966 si costituisce la Federazione italiana lavoratori tessili e abbigliamento in cui confluiscono Federazione italiana lavoratori abbigliamento (Fila) e Federazione italiana operai tessili (Fiot).
Il sindacato di riferimento per i lavoratori delle aziende del tessile e dell'abbigliamento della provincia di Pesaro e Urbino è dal 2010 la Federazione italiana lavoratori chimica tessile energia manifatture (Filctem-Cgil), nata dalla fusione di sindacati relativi all'energia, gas e acquedotti (Fnle) con il sindacato dei chimici, vetrai, abrasivi, petroliferi (Filcea) e il tessile manifatturiero (Filtea).
L’Organizzazione anarchica marchigiana (d'ora in avanti Oam) si costituì formalmente a Jesi l'8 ottobre 1972(I). Ne facevano inizialmente parte i gruppi anarchici Bakunin (Jesi), Kronstadt e Berneri (Ancona), Machno (Civitanova Marche), Gruppi anarchici riuniti (Senigallia), 18 marzo (Macerata) e i gruppi di Chiaravalle, Fabriano e Recanati(II). La costituzione dell'Oam avvenne successivamente alla definizione di un primo Patto associativo tra i gruppi anarchici Kronstadt di Ancona e Bakunin di Jesi(III) e alla creazione dei Gruppi anarchici marchigiani, un'organizzazione sicuramente attiva nel 1972, che con ogni probabilità condivise anche un primo documento associativo(IV).
Nel corso della sua storia, l'Oam si compose di un massimo di cinque Sezioni: oltre a quelle formatesi in continuità con i gruppi di Jesi, Ancona (Kronstadt), Macerata e Civitanova Marche, nel 1975 entrò a far parte dell'Oam anche la Sezione Nord, costituitasi in seguito alla confluenza nell'Organizzazione del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro(V). Allo stesso tempo, sono documentati rapporti dell'Oam con gruppi e nuclei di Fermo, Urbino, Sant'Elpidio, Ascoli Piceno e San Benedetto, che sono definiti «simpatizzanti»(VI). Per quanto riguarda il numero degli aderenti, la documentazione conservata nell'Archivio dell'Organizzazione consente di affermare che tra il 1973 (all'epoca del I Convegno nazionale lavoratori anarchici, d’ora in avanti Cnla) e il 1975, il numero dei militanti salì da 15 a 43(VII).
Di particolare importanza per la storia dell'Oam fu in primis la rottura con la Federazione anarchica italiana (d'ora in avanti Fai), consumatasi tra il 1972 e il 1973 a causa della vicinanza dell’Organizzazione, e in particolare dei gruppi di Jesi, Macerata e Civitanova, alle posizioni dei gruppi comunisti anarchici(VIII). L'adesione alla Piattaforma di Archinov e la "separazione" dalla Fai(IX), rappresentarono infatti per l'Oam elementi di discontinuità da un punto di vista strutturale e politico, le cui conseguenze furono riassunte efficacemente nel 1974 da Cesare Tittarelli, militante del Gruppo Bakunin di Jesi e componente della Commissione di corrispondenza (d'ora in avanti Cdc): «ci ha costato l’espulsione dalla Fai, l'isolamento all'interno del movimento, e ci ha spinto come Oam a strutturarsi in sezioni»(X).
Il distacco dalla Fai, inoltre, spinse l'Oam a impegnarsi nel tentativo (non riuscito) di dare vita ad un'organizzazione nazionale alternativa che comprendesse tutti quei gruppi comunisti anarchici dissidenti che facevano parte del cosiddetto Nucleo operativo, il cui obiettivo iniziale, secondo quanto riportato dal militante Tullio Bugari, era compiere una sorta di «golpe anarchico» ovvero «coordinarsi per arrivare al congresso della Fai e conquistare dall'interno la Federazione facendosi affidare la gestione di tutti gli organismi: la Commissione di corrispondenza, il giornale "Umanità nova", i vari comitati»(XI). Sempre secondo la testimonianza di Bugari, le intenzioni del Nucleo furono scoperte e i gruppi dissidenti di fatto espulsi dalla Fai prima del congresso tenutosi a Carrara nel dicembre del 1973(XII). Ad ogni modo, durante l'incontro dei diversi gruppi componenti il Nucleo operativo, svoltosi a Perugia il 17-18 novembre di quello stesso anno e al quale parteciparono, per l'Oam, i gruppi Bakunin di Jesi, 18 marzo di Macerata e Machno di Civitanova Marche, il Nucleo aveva già approvato un nuovo Patto associativo che avrebbe dovuto essere applicato «all'interno della nuova organizzazione nazionale»(XIII).
La posizione del Nucleo operativo, anche in considerazione delle «circolari ultime della Cdc» della Fai, era del resto esplicita(XIV): «all'interno della Fai non c’è più possibilità di dialogo mentre anche fuori della Fai si nota un fermento generale di crescita politica ed organizzativa. La nostra prospettiva non è più di far crescere la Fai in particolare ma contribuire a ridare una svolta all'Anarchismo [...] ed in tale prospettiva noi veniamo a investire un ruolo di primo piano o di punto di riferimento, se non altro perché siamo stati tra i principali artefici di questo scossone o fermento che il movimento anarchico ha subito in questo 1973». Ciò che nel novembre di quello stesso anno il Nucleo operativo si proponeva di realizzare era la definizione di una strategia omogenea al suo interno e la costruzione di un rapporto «dialettico» con il movimento anarchico «nel senso che la strategia che noi elaboriamo non sarà da presentare agli altri gruppi [...] per farla semplicemente accettare, ma dovrà servire da punto di riferimento per i gruppi da noi definiti "simpatizzanti" mano a mano che si sviluppa per esserne a sua volta arricchita con il dibattito». Le modalità previste per lo sviluppo di tale rapporto dialettico erano i contatti individuali e le riunioni comuni, la collaborazione come singoli gruppi qualora non fosse possibile come Nucleo operativo e il lavoro comune a livello locale (nel documento si ricorda infatti come l'Oam stesse discutendo un nuovo Patto associativo «molto vicino» a quello del Nucleo).
In sostanza, il ruolo di punto di riferimento che il Nucleo operativo si riconosceva, e la strategia che intendeva definire, non doveva essere «l'embrione di un'organizzazione specifica da far accettare agli altri» bensì «la indicazione di un processo di crescita che ci porterà all'organizzazione specifica». Lo «strumento organizzativo» individuato era il coordinamento dei trenta gruppi del Cnla entro cui il Nucleo avrebbe dovuto presentare la propria strategia alternativa alla confusione esistente seppure tenendo presente che il Cnla non era «una struttura trasformabile in organizzazione specifica ma solo trasformabile di per se stessa in organizzazione di massa, mentre quegli stessi singoli gruppi, per ora aderenti a tale struttura, dovranno realizzare altrove e su basi organizzative diverse un'organizzazione specifica».
L’unica forma di espressione nazionale di questi gruppi, però, venne di fatto rappresentata esclusivamente dai Cnla, come ricorda lo stesso Bugari: «quello dei Cnla restò per un paio di anni il nostro principale riferimento nazionale. Anzi, l'unico, non appena venne fuori la nostra espulsione di fatto dalla Fai»(XV). L'importanza della partecipazione al I Cnla, del resto, è sottolineata anche dalla Sezione Kronstadt, che nel 1975 riconobbe come questa servì all'Oam anche per: «radicalizzare le concezioni classiste e le necessità dell’intervento operaio», completare la «maturazione classista in atto nel Kronstadt di Ancona», «sganciare ormai completamente i 4 gruppi classisti» (Jesi, Kronstadt di Ancona, Macerata e Civitanova) dagli altri che lasciarono l'Organizzazione «con una serie di polemiche» (il riferimento è probabilmente al Gruppo Berneri di Ancona), «collegare l'Oam al resto del movimento di classe», compreso quello sviluppatosi all'infuori del Nucleo operativo(XVI).
Tornando alla Piattaforma di Archinov, questa definiva un modello organizzativo che l'Oam, così come il Nucleo operativo, riportò nel proprio Patto associativo. La versione del Patto pubblicata dalla Sezione Kronstadt di Ancona il 26 maggio 1974(XVII) è con ogni probabilità la stessa richiamata dal Nucleo operativo nel novembre 1973: strutturato in premesse teoriche, principi organizzativi, strutture organizzative regionali e proposte per l’organizzazione nazionale, contiene i principi e le regole che ogni gruppo intenzionato ad aderire all'Organizzazione avrebbe dovuto necessariamente accettare.
Con riferimento a quanto disposto nella sezione relativa alle strutture organizzative regionali, il Patto specifica come l'Oam rappresentasse non un «semplice coordinamento» tra l'organizzazione nazionale e le sezioni territoriali locali(XVIII) ma la loro «espressione politica unitaria» e come nessuna sezione potesse assumere impegni politici che avrebbero coinvolto l’Organizzazione «senza prima consultarsi con tutte le altre sezioni». Sono quindi presenti riferimenti alla vigilanza che l'Oam avrebbe dovuto svolgere in merito alla rotazione degli incarichi dei «militanti» e al coinvolgimento dei «simpatizzanti», alle modalità di creazione di una sezione e di adesione di un militante nonché allo scopo e alle modalità di svolgimento dell'assemblea regionale.
Le decisioni dell’assemblea coinvolgono tutta l'Oam «in base al principio della responsabilità collettiva»: le sezioni, infatti, sono tenute a discutere in anticipo l'ordine del giorno dell'assemblea (proposto dalla Cdc sulla base delle indicazioni e delle proposte delle sezioni e deciso dall'assemblea stessa nella riunione precedente) e, in caso di assenza, sono tenute ad inviare alla Cdc la propria relazione sugli argomenti oggetto di discussione. Ricevuta la relazione scritta dell’assemblea regionale, debbono trasmettere le proprie posizioni con riferimento a quanto deciso.
La Cdc è affidata a una sezione per un periodo compreso tra i sei mesi e un anno e i suoi compiti sono i seguenti: «scrivere relazioni delle assemblee regionali, diffondere i comunicati delle singole sezioni, mantenere i contatti di corrispondenza con il resto del movimento anarchico, vigilare sulle sezioni che non provvedono a mantenere i contatti fissi con l’Oam, rappresentare tecnicamente l’Oam tutte le volte che sia necessario»(XIX). Alla Cdc, inoltre, spetta anche il compito di gestire la «cassa dell'Oam»(XX).
Le assemblee regionali sono affiancate dai «convegni di lavoro» il cui scopo è elaborare «le teorie, strategie e tattiche dell'Oam sui vari settori d’intervento»; convegni straordinari sono invece convocati su proposta della Cdc o delle sezioni tramite di essa nel caso sia «urgente risolvere determinati problemi politici e organizzativi». Oltre ai convegni di lavoro, l'Oam «si dà strutture di lavoro permanenti o temporanee» (le commissioni) il cui compito consiste nel rappresentare il tramite tra commissioni nazionali e locali, nella redazione di bollettini interni (che comprendono le relazioni locali del lavoro e delle lotte della sezione) e nella redazione di proposte di analisi e intervento delle diverse sezioni in documenti che devono essere "accettati" da tutta l'Oam (nelle assemblee regionali, nei convegni di lavoro e anche tramite corrispondenza) e che «rappresentano poi lo strumento di propaganda esterna dell’organizzazione». Interessante è la precisazione che «le commissioni sono affidate alle sezioni più capaci di lavorare in tali settori, non considerando quindi valido un criterio di rotazione semplicemente automatico».
Il Patto specifica inoltre che l'approvazione di «documenti di corrispondenza» richiede necessariamente l'unanimità e che questo criterio dovrebbe essere osservato anche per l'approvazione di documenti e per tutte le decisioni votate nei convegni o nelle assemblee regionali (anche se è previsto, «in casi eccezionali», che qualora una sezione si trovi in minoranza questa è tenuta «ad applicare verso l'esterno le tesi della maggioranza, riservandosi il diritto di critica verso l'interno»).
Oltre a una serie di disposizioni finalizzate a regolamentare la partecipazione dei delegati delle sezioni ai convegni e ai congressi nazionali, il Patto definisce le modalità di espulsione di una sezione («decisa nell'assemblea regionale o convegno, su proposta della Cdc o di una singola sezione»), l’eventuale simbolo dell’Organizzazione (la A cerchiata) e i colori della bandiera (rosso e nero separati trasversalmente).
Con riferimento alla sezione relativa alle strutture organizzative nazionali, e in particolare alle disposizioni che maggiormente interessano l'attività dell’Oam, si segnala come il Patto associativo specifichi che l'unità organizzativa nazionale sia la «sezione territoriale», che può assumere la forma di raggruppamento zonale, provinciale (è il caso della Sezione Nord, che comprendeva militanti e simpatizzanti di Fano, Pesaro, Montefelcino, Saltara, Mondolfo e Orciano e di Monteporzio, Montemaggiore e San Lorenzo in Campo)(XXI) o interprovinciale, che «deve porre al proprio interno una netta distinzione tra simpatizzanti e militanti». Il militante è definito come chi «per sua formazione politica, ha maturato il proprio inserimento nella lotta di classe in generale e nell'organizzazione in particolare» e che «viene accettato come tale da tutti gli altri militanti della sua sezione territoriale in base a una sua conoscenza teorica sufficiente e ad una disponibilità politica verificata». A lui spettano compiti di collegamento tra i raggruppamenti anarchici, rappresentatività della propria sezione territoriale e dell'organizzazione nazionale nella rispettiva località, oltre che di responsabilità delle proprie azioni di fronte all'assemblea dei militanti della propria sezione. Riguardo ai simpatizzanti, la sezione territoriale «si impegna» a dare loro «gli strumenti per poter crescere politicamente ed arrivare ad essere militanti».
Il Patto specifica quindi che ogni sezione territoriale «regola la propria costituzione interna» e il proprio programma d'intervento autonomamente seppure «in piena armonia» con quella dell’Organizzazione. La linea politica dell'Organizzazione, del resto, «è di esclusiva competenza, nei suoi tratti generali, del Congresso nazionale dell'Organizzazione», che si tiene annualmente ed è convocato dal Consiglio nazionale.
Di assoluto interesse, inoltre, è l’allegato 1 al Patto associativo dell'Oam, datato 24 agosto 1974, che si riferisce in particolare all'organizzazione interna delle sezioni in commissioni e responsabili dei servizi. Le prime sono composte da militanti (che rispondono del loro operato all'assemblea dei militanti) e simpatizzanti e hanno la funzione di garantire all'Organizzazione «il dibattito politico sulla strategia e sulla tattica, nonché l'intervento sul settore specifico» e alla sezione «di avere delle strutture d’intervento pratiche in cui inserire e selezionare i simpatizzanti a livello di impegno politico reale; di redigere bozze di documenti tattici e strategici specifici del settore in cui opera, da sottoporre all'assemblea dei militanti». I responsabili dei servizi, invece, ricoprono funzioni tecnico-esecutive nel servizio specifico (ad esempio segreteria, cassa, simpatizzanti, biblioteca): eletti a rotazione dall'assemblea dei militanti (che può revocare l’incarico assegnato in qualsiasi momento) restano in carica per un periodo variabile da tre a sei mesi.
Di particolare rilievo sono infine i compiti attribuiti al segretario di sezione (responsabile della segreteria), eletto dall'assemblea dei militanti e «approvato» da quella dell'Oam («e revocabile in qualsiasi momento allo stesso modo») che è incaricato di «coordinare e controllare il lavoro dei militanti e delle commissioni, conformemente ai deliberati dell'assemblea dei militanti e di quella dell'organizzazione; di tenere la corrispondenza ed i contatti con le altre sezioni e con la Cdc; di mantenere vivo il circolo delle informazioni tra militanti; di corrispondere della continuità del lavoro della sezione di fronte all'organizzazione». Questi, «nei limiti del possibile», deve essere sempre presente alle riunioni e ai convegni regionali insieme al delegato («che è il portavoce politico della sezione»).
Per quanto concerne le vicende istituzionali dell'Oam, la documentazione conservata nell'Archivio dell'Organizzazione consente di ricostruirne i passaggi più significativi anche in relazione alle disposizioni contenute nel Patto associativo.
In primo luogo è necessario sottolineare il ruolo centrale ricoperto dalla Cdc affidata alla Sezione Bakunin di Jesi e in particolare a Cesare Tittarelli e Tullio Bugari dalla costituzione dell'Oam fino a tutto il 1975 (quindi per un periodo ben più lungo di quello previsto dal Patto associativo). Questa, infatti, oltre alle attività previste dal Patto, svolse anche «compiti politici di controllo e di richiamo alla serietà organizzativa»(XXII), come ampiamente dimostrato dalle circolari e dai verbali di riunioni dei primi quattro anni di attività dell'Oam. All'indomani delle dimissioni della Cdc di Jesi, del resto, è significativo che l'Oam si ponesse l’obiettivo di «ridimensionare» i compiti della Cdc «con il graduale funzionamento efficiente di una segreteria regionale composta dai segretari di sezione, con funzioni tecniche e tuttora da precisare, che permetta sia un decentramento degli incarichi e delle responsabilità, sia un alleggerimento del lavoro da affidare alla Cdc e per rendere più funzionali le commissioni regionali»(XXIII). Queste, nel 1975, erano affidate alla Sezione Kronstadt di Ancona (Commissione sindacale), Nord (Commissione politica) e 18 marzo di Macerata (Commissione scuola)(XXIV). Riguardo alla loro attività, è opportuno richiamare invece la relazione del Gruppo Kronstadt di Ancona del 18 novembre 1975(XXV), in cui si afferma che «hanno cominciato a funzionare realmente da quest'estate almeno quella sindacale e quella politica». Nel documento, infatti, si contesta lo scarso funzionamento della Commissione scuola, riconducibile anche alle difficoltà attraversate dalla Sezione di Macerata a causa della fuoriuscita di alcuni militanti particolarmente preparati.
La predetta relazione, inoltre, è utile per ricostruire ulteriori aspetti della storia dell'Oam: da un punto di vista organizzativo, nel novembre 1975, è interessante notare come il Kronstadt rimarchi che «gran parte del lavoro tecnico e teorico dell’organizzazione ricade sulla sezione», che ha anche il compito di mantenere i collegamenti nazionali nell'ambito dell'attività della Commissione sindacale interregionale, mentre da un punto di vista politico, invece, è opportuno sottolineare come il Kronstadt, che nella sua relazione approfondisce i diversi momenti di crisi attraversati dall'Oam nella sua storia, e le relative cause, attribuisca la più recente spaccatura interna avvenuta in occasione delle elezioni amministrative del 1975 a uno «sviluppo caotico e localistico» dell'Organizzazione e, soprattutto, a un non radicato inserimento nella classe proletaria.
Nel corso del 1976 la situazione non migliorò, tanto che si aprì una fase di «verifica» dell'attività dell’Organizzazione; mentre da una parte, quindi, si impose il dibattito sull'opportunità di modificare il nome dell'Oam in Organizzazione comunista libertaria (d’ora in avanti Ocl), al fine di favorire in un certo qual modo il processo che avrebbe dovuto condurre alla nascita di quell'organismo nazionale "inseguito" fin dai tempi dell'attività del Nucleo operativo, dall'altra si materializzò la rottura delle Sezioni Kronstadt e Nord con il resto dell'Oam. Per quanto riguarda la discussione sulla denominazione dell'Organizzazione, è significativo quanto espresso dalla Sezione Kronstadt in una sua relazione del 31 gennaio 1976(XXVI): la Sezione, infatti, si rifiutò di avvallare tale scelta per questioni di opportunismo ovvero per esigenze tattiche affermando con forza come il cambiamento della denominazione dovesse essere necessariamente preceduto da un chiarimento definitivo della posizione teorica dell'Oam riguardo al marxismo, nonché su questioni collegate quali ad esempio la partecipazione di un’organizzazione rivoluzionaria a un governo. La mancanza di tale chiarimento causò quindi, nel maggio 1976, le dimissioni di diversi militanti delle Sezioni Kronstadt e Nord; dimissioni che probabilmente rientrarono in attesa dell'esito del congresso di rifondazione dell'Oam previsto per quello stesso anno(XXVII). Nel dicembre del 1976, però, la Sezione Kronstadt, rivolgendosi ai compagni delle diverse Sezioni dell'Oam, inoltrò formalmente la propria «richiesta di autonomia»(XXVIII). Le cause che portarono alla formulazione di tale richiesta sono da ricercarsi, con ogni probabilità, sia nella mancata ridefinizione («anche critica») della base teorica dell'Oam (Ancona del resto sottolinea come non accetti e non attui interamente il Patto associativo), sia nel mancato supporto da parte delle altre sezioni nel confronto avviato da Ancona con diverse organizzazioni comuniste libertarie (in particolare quella di Milano) al fine di «poter costituire un polo di riferimento politico tramite il giornale e i bollettini di agitazione per tutto il movimento comunista libertario e per tutte una serie di avanguardie larghe»(XXIX).
Dal contenuto della richiesta di autonomia della Sezione Kronstadt si evince quindi come la Sezione anconetana non intendesse uscire dall'Oam bensì trasformarla in una «struttura federativa di intervento (a livello di sintesi)» e come, a causa della mancata partecipazione delle diverse sezioni al confronto con l'Ocl di Milano, queste non potessero impedire alla Sezione Kronstadt di proseguire i contatti con Milano stessa(XXX). Ad ogni modo, tali contatti proseguirono e portarono alla nascita del periodico "Fronte libertario della lotta di classe", di cui la Sezione di Ancona curò la redazione dopo un’iniziale gestione da parte dell'Ocl milanese(XXXI). Il periodico, come ricordato dalla Commissione di relazioni del Collettivo comunista libertario di Livorno, rappresentava l'unico strumento che avrebbe consentito di avviare un confronto tra le varie organizzazioni, anche se «nell'attuale situazione di disgregazione del movimento comunista libertario» non poteva essere confuso «con un embrione nella costruzione dell'organizzazione nazionale»(XXXII).
La richiesta di autonomia della Sezione Kronstadt rappresenta in un certo qual modo l'inizio di un processo di disgregazione dell'Oam che portò al suo scioglimento: per ricostruire le modalità con cui l'Oam cessò la propria attività, considerata anche la sostanziale scarsità della documentazione degli anni 1977-1979 conservata nel suo Archivio, sono quindi di fondamentale importanza le interviste rivolte da Luigi Balsamini ad alcuni ex militanti dell'Oam stessa(XXXIII).
Innanzitutto è bene precisare che l’unico a riferire di uno scioglimento formale dell'Organizzazione è Tullio Bugari, che ricorda come ciò avvenne all'inizio del 1979 «in una riunione ristretta ma rappresentativa» che si tenne a casa sua; tale riunione, però, sembra sancire una situazione di fatto già consolidata(XXXIV). Già nel 1977, infatti, alcuni militanti descrivono un contesto in cui l'attività dell'Oam sembra essersi di fatto già avviata verso la conclusione: Michel Mattioli sostiene che «l'inizio della fine» può essere individuato nel periodo successivo al Convegno contro la repressione svoltosi a Bologna dal 22 al 24 settembre 1977 («dopo quella fase non si parlava più di Oam e non ricordo iniziative fatte a nome Oam»), mentre Michele Gianni afferma che nel 1977 «abbiamo smesso di incontrarci come Oam» e che «è venuta meno l'organizzazione regionale».
In estrema sintesi, come riportato da Mattioli, «è successo che, gradualmente, i gruppi delle diverse città hanno cominciato a ridividersi, facendo venire meno il senso di un'organizzazione regionale. Fano lavorava su certe cose, Ancona iniziava a muoversi su altre, mentre i gruppi del Sud delle Marche sono praticamente scomparsi». Una disgregazione graduale dovuta, oltre alle divisioni su cui ci si è precedentemente soffermati, a fattori quali il clima "pesante" generato dall'azione delle Brigate rosse e dalla repressione messa in atto dalle forze di polizia, le istanze fatte emergere dal femminismo, l’adesione di alcuni alla Fai, il tentativo di ricostituzione dell’Unione sindacale italiana (d’ora in avanti Usi) e più in generale, come ricordato da Michele Gianni, dall'«esaurirsi di quella spinta che aveva caratterizzato il movimento degli anni Settanta».
Con riferimento alla testimonianza di Tullio Bugari, l'«ultimo atto significativo dell'Oam» fu la partecipazione, nel 1978, al congresso che avrebbe dovuto sancire la ricostituzione dell’Usi, che però non venne approvata. Secondo Bugari, l'attività dell'Oam proseguì per altri cinque o sei mesi «ma molto allentata».
Nonostante l’attività dell'Oam fosse sostanzialmente cessata, è infine opportuno tenere presente come in alcune circostanze il nome dell’Organizzazione continuò a essere utilizzato, come testimoniato da Michel Mattioli («in realtà qualche volta usammo ancora il nome Oam, ma ci serviva per chiedere degli spazi, per attività strumentali, nonostante non esistesse più una struttura organizzata»).
NOTE
(I) Cfr. Archivio dell’Organizzazione anarchica marchigiana (d'ora in avanti AOam), serie Carteggio amministrativo, fasc. "1972", b. 1, fasc. 1, il verb. di riunione dell'8 ott. 1972, di cui si riporta un estratto: «Riguardo la pregiudiziale di alcuni compagni circa l'autonomia dei gruppi marchigiani rispetto a specifiche organizzazioni nazionali si è discusso sull'attributo da darci. Nella discussione il compagno del Berneri ha chiarito la posizione sul rapporto tra i gruppi, rapporto che deve e può essere unicamente federativo [...] Un compagno del Kronstadt ha ribadito che pur d'accordo è preferibile non darci una etichetta specifica. Alla fine riconfermando l’autonomia dell'insieme dei gruppi ci si è accordati sul darci l'attributo di Organizzazione anarchica marchigiana».
(II) Cfr. ibid., sono i gruppi anarchici invitati alla riunione dell'8 ott. 1972 di cui alla nota I.
(III) Cfr. ibid., il "Patto associativo tra il Gruppo anarchico Kronstadt di Ancona e il Gruppo anarchico Bakunin di Iesi" (s.d.), in cui è specificato che inizialmente l'unione «ha carattere giovanile ed è ristretta ai gruppi di Jesi ed Ancona, comunque è aperta a eventuali aperture».
(IV) Cfr. ibid., "Documento associativo dei gruppi anarchici marchigiani" (s.d.); i gruppi anarchici citati nel documento (firmato da «Gruppi anarchici marchigiani - Cdc presso Gruppo Bakunin»), sono i seguenti: Bakunin (Jesi), 18 marzo (Macerata), Berneri e Kronstadt (Ancona), Gruppi anarchici riuniti di Senigallia, Machno (Civitanova Marche) e i gruppi anarchici di Recanati e Fabriano. Facevano inoltre parte dell'«unione» i compagni isolati di Marotta, Chiaravalle e di altre località non specificate. Per una ricostruzione dell’attività dei gruppi precedentemente alla costituzione formale dell'Oam si rimanda alla documentazione conservata nel fasc.
(V) Cfr. ad esempio ivi, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana (Lettere, circolari, eccetera)", b. 1, fasc. 3, il verb. di riunione del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro del 5 apr. 1975 e ivi, fasc. "Delle Sezioni dell’Organizzazione anarchica marchigiana tra loro. 1975", b. 3, fasc. 22, il rendiconto finanziario intestato a «Oam Sezione Nord» del 18 apr. 1975.
(VI) Vedi ivi, fasc. "Relazioni e Bollettini Commissione Sindacale Interregionale", b. 19, fasc. 21, "Bollettino" della Csi, n. 5, [1975].
(VII) Ibid.
(VIII) Cfr. ad esempio ivi, serie Carteggio amministrativo, fasc. [1974-1975. Documenti dell'Organizzazione anarchica marchigiana], b. 2, fasc. 17, la relazione della Sezione Kronstadt di Ancona ("Oam - situazione, sezioni, commissioni, proposte"), Ancona 18 nov. 1975: i gruppi di Jesi, Macerata e Civitanova sono definiti come «neoclassisti» del Nucleo operativo della Fai; del gruppo Kronstadt di Ancona si ricorda invece come gradualmente si stesse avvicinando «alle posizioni di classe».
(IX) Cfr. Gino Cerrito, La Plate-Forme d'Archinov, disponibile all’indirizzo http://www.nestormakhno.info/italian/cerrito.htm (pagina consultata in data 04/09/2016): «La "Piattaforma" redatta probabilmente da Pietro Archinov (e appunto perciò per lungo tempo presentata come sua opera personale) venne discussa per vari anni da un numeroso "gruppo di anarchici russi in esilio" cui per qualche tempo si aggiunsero persino alcuni giovani polacchi. La sua pubblicazione in lingua russa (e in lingua francese) apparve nel novembre del 1926 sotto il titolo "Plate-Forme d’organisation de l’Union Generale des Anarchistes - Projet", Ed. des Oeuvres internationales des éditions anarchistes-Libraire internationale, Parigi 1962».
(X) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. "Delle Sezioni dell’Organizzazione anarchica marchigiana tra loro. 1974. 1° semestre", b. 2, fasc. 15, circolare interna della Cdc, [1974].
(XI) Cfr. l'intervista di Luigi Balsamini a Tullio Bugari del 3 dic. 2015. Tutte le interviste realizzate da Balsamini e citate nell'ambito della descrizione del record di autorità "Organizzazione anarchica marchigiana" sono contenute in: L. Balsamini, Fonti scritte e orali per la storia dell'Organizzazione anarchica marchigiana (1972-1979). Inventario del fondo archivistico a cura di Matteo Sisti, Bologna, BraDypUS, 2016 (Strumenti, 1), pp. 135-309.
(XII) Cfr. l'intervista a Bugari di cui alla nota XI: Bugari ricorda inoltre che i gruppi aderenti al Nucleo operativo reagirono all'espulsione organizzando a Milano un congresso alternativo, con l'obiettivo di dare vita ad un nuovo soggetto (l'Unione anarchica italiana?), cui però non seguì alcun atto concreto.
(XIII) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. Patto associativo dell'Organizzazione anarchica marchigiana, b. 1, fasc. 8, "pagine libertarie", n. 3, nov. 1973.
(XIV) Ibid., pp. 19-20 ("Posizione del N.O. rispetto al movimento anarchico"), da cui sono tratte le informazioni riportate in riferimento al programma del Nucleo operativo.
(XV) Cfr. l'intervista a Bugari di cui alla nota XI.
(XVI) Vedi nota VIII.
(XVII) Cfr. ivi, fasc. Patto associativo dell'Organizzazione anarchica marchigiana, b. 1, fasc. 8, il "Patto associativo. Premesse teoriche. Principi organizzativi. Strutture organizzative regionali. Proposte per l'organizzazione nazionale", Ancona, 26 mag. 1974 (documento a diffusione interna con un allegato del 24 ago. 1974 titolato "Struttura della sezione in commissioni e responsabili dei servizi").
(XVIII) Il Patto specifica che l'Oam è formata da sezioni e non da gruppi e che queste si compongono di militanti; i «militanti isolati», invece, non fanno capo direttamente all'Organizzazione ma aderiscono alla sezione della città più vicina.
(XIX) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. "[Documenti 1973-1976] da archiviare", b. 2 fasc. 11, la circolare interna della Cdc contenente norme per l’invio della corrispondenza all'Oam in cui si richiede, se possibile: la spedizione di una copia dei documenti a ciascuna sezione oppure la spedizione alla Cdc di tante copie per quante sono le sezioni oppure la spedizione di una sola copia alla Cdc specificando se ulteriori copie sono state trasmesse alle diverse sezioni.
(XX) Cfr. ad esempio ivi, fasc. "1972", b. 1, fasc. 1, la circolare interna del 26 nov. 1972 in cui si stabilisce che la cassa comune dell'Oam è affidata alla Cdc, che mensilmente è tenuta a presentare il resoconto finanziario.
(XXI) Vedi nota VI.
(XXII) Ivi, fasc. "[Documenti 1973-1976] da archiviare", b. 2, fasc. 12, la circolare interna contenente il verbale di riunione dell'Oam del 27 dic. 1975: la Cdc «è affidata al compagno A. della Sezione di Ancona».
(XXIII) Ibid.
(XXIV) Cfr. ivi, fasc. "Delle Sezioni dell’Organizzazione anarchica marchigiana tra loro. 1974. 2° semestre", b. 2, fasc. 16, comunicazione della Cdc, Jesi 28 nov. 1975.
(XXV) Vedi nota VIII.
(XXVI) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana (Lettere, circolari, eccetera)", b. 1, fasc. 3, l'allegato alla relazione di "Verifica Oam" in ampliamento al punto Oam-Ocl, Ancona 31 gen. 1976.
(XXVII) Cfr. ivi, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana. Circolari, lettere, eccetera", b. 3, fasc. 19, la lettera dei compagni di Ancona a tutti i compagni delle Sezioni dell'Oam "Sul perché della nostra richiesta di autonomia: ovvero l'Oam intesa come organizzazione di sintesi", Ancona 29 dic. 1976.
(XXVIII) Ibid.
(XXIX) Ibid.
(XXX) Ibid.
(XXXI) Cfr. l'intervista di Luigi Balsamini a Nicola Sabatino del 24 lug. 2015. Vedi anche AOam, serie Documenti a stampa, sottoserie Fascicoli organizzati per tipologia documentaria e autore, fasc. [Fronte libertario della lotta di classe], b. 20, fasc. 24.
(XXXII) Vedi ivi, serie Carteggio amministrativo, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana. Circolari, lettere, eccetera", b. 3, fasc. 19, la lettera della Commissione per l'Oam e organizzazioni diverse, Livorno 22 set. 1977.
(XXXIII) Oltre alla già citata intervista a Tullio Bugari (vedi nota XI), i militanti dell'Oam intervistati da Luigi Balsamini cui ci si riferisce sono i seguenti: Michele Gianni (intervista del 15 set. 2015), Michel Mattioli (intervista del 19 dic. 2015), Patrizio Nocchi (intervista del 4 feb. 2016).
(XXXIV) È significativa a questo proposito anche la testimonianza di Michel Mattioli: «Come dissi scherzando tempo fa in un'occasione in cui ci siamo rivisti, ancora aspetto una comunicazione "ufficiale" della chiusura dell’Oam».
Istituito nel 1925 con regio decreto 1767, dal 1998 è trasformato da ente pubblico a fondazione.
L'istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN) è stabilita il 13 gennaio 1923 durante la prima riunione del Gran consiglio del fascismo allo scopo di trasformare le squadre d'azione in un vero e proprio corpo, la cui istituzione è prevista dal re Vittorio Emanuele III con la firma, avvenuta il giorno seguente, del decreto n. 31.
La Milizia, agli ordini del capo del governo, contribuisce a mantenere l'ordine pubblico e a preparare i cittadini alla difesa degli interessi dell'Italia nel mondo. Il reclutamento, volontario, riguarda gli appartenenti alla milizia fascista di età compresa tra i 17 e i 50 anni. È articolata in legioni, coorti, centurie, manipoli, squadre. Tre squadre formano un manipolo, tre manipoli una centuria, tre centurie una coorte, tre coorti una legione. Ogni zona in cui era diviso il territorio nazionale comprendeva un numero variabile di legioni. Gli ispettori di zona fanno capo a un Comando generale della Milizia.
Con il regio decreto n. 1292 del 4 agosto 1924 la Milizia entra a far parte delle forze armate e i suoi componenti giurano fedeltà al re, mantenendo, comunque, la propria gerarchia, nella quale ogni grado corrisponde ad uno delle altre forze armate dello Stato.
Nel tempo, al fianco della milizia ordinaria si sono costituite milizie 'speciali’'quali ad esempio quella portuale, ferroviaria o postelegrafonica.
La Milizia volontaria per la sicurezza nazionale è definitivamente sciolta con il regio decreto legge n. 16-B del 6 dicembre 1943.
La famiglia Venturini - Callegari è costituita da: Bruno Venturini (Fano 28 settembre 1909 – Brescia 29 novembre 1944), la moglie Libera Callegari (Padova 1 gennaio 1912 – Milano 28 febbraio 2013) e la figlia Anna (Bergamo 29 luglio 1944). Bruno e Libera, entrambi antifascisti, si conoscono nel 1942 per il tramite del comune amico Ugo La Malfa e si sposano presso il Comune di Milano, dove risiedono entrambi, il 25 settembre 1943. Cambiano frequentemente il loro domicilio in quanto Bruno, che a partire dall'armistizio dell'8 settembre vive in clandestinità, è ricercato. La loro convivenza, però, dura solo alcuni mesi. Infatti, successivamente all'arresto della moglie (insieme alla cognata e alla suocera), avvenuto il 30 dicembre 1943 per favoreggiamento di partigiani, il Partito Comunista Italiano, dopo il 10 gennaio 1944, trasferisce Bruno a Roma da dove, nel marzo 1944, torna a Milano per ricongiungersi con la moglie non appena questa è liberata. Da Milano, però, il Partito lo trasferisce nuovamente (probabilmente all'inizio del mese di aprile), dapprima a Venezia (dove ricopre il ruolo di segretario della locale Federazione) ed in seguito sul Cansiglio e a Vicenza (dove gli vengono assegnati compiti politici e militari). Mentre Bruno è in Veneto, Libera, dopo essere stata rilasciata, a causa dei bombardamenti che avevano colpito la città di Milano, si trasferisce insieme alla madre e alla sorella a Bergamo dove, il 29 luglio 1944, nasce Anna, la loro unica figlia. Bruno, che in seguito all'arrivo di Giorgio Amendola in Veneto è stato nominato vice comandante del Corpo volontari della libertà delle Tre Venezie, il 29 novembre 1944 è ucciso a Brescia da un militare in forza alla Guardia Nazionale Repubblicana, mentre si dirigeva a Padova, di ritorno da una riunione a Milano con Luigi Longo. Soltanto nel maggio del 1945 Libera è informata della sorte del marito. La salma di Bruno è quindi trasferita da Brescia a Milano. Nel dopoguerra, fino alla morte sopraggiunta nel 2013, Libera continua a vivere a Milano, per alcuni anni insieme alla figlia, dove prosegue l'impegno politico, in particolare nelle attività relative all'assistenza alle famiglie bisognose; lavora quindi nell'ambito dell'editoria in qualità di caporedattore scientifico per le case editrici Feltrinelli, Boringhieri ed Einaudi.
Palmiro Togliatti nasce a Genova il 26 marzo 1893 da famiglia piemontese. Il padre Antonio è impiegato statale, la madre Teresa Viale maestra. Nel 1911 vince, presso l'Università torinese, una borsa di studio del collegio Carlo Alberto per gli studenti delle province del vecchio Regno di Sardegna e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. In questo periodo ha inizio l'amicizia con Gramsci. Nel 1914 entra nel Psi e nel 1915 comincia la partecipazione alla politica attiva. Nello stesso anno si laurea con Luigi Einaudi, discutendo una tesi di economia politica sul regime doganale delle colonie. Nel 1918 comincia le collaborazioni al «Grido del popolo» e nel 1919 diviene redattore dell'edizione torinese dell'«Avanti!». Nel mese di aprile, con Gramsci, Tasca e Terracini, fondò L'Ordine nuovo», settimanale di cui cura la rubrica «La battaglia delle idee». Nel 1921, al momento della fondazione del Pcd'I, è caporedattore de «L'Ordine nuovo», divenuto quotidiano. Dall'ottobre si trasferisce a Roma per dirigere «Il Comunista». Nel 1922 viene eletto nel Cc dal II congresso del Pcd'I. Per contrasti con Bordiga viene escluso dalla delegazione che partecipa al IV congresso dell'Ic. Il 28 ottobre sfugge fortunosamente agli squadristi che devastano la redazione de «Il Comunista» e in novembre si trasferisce a Torino. Nell'aprile del 1923 è nominato membro nella direzione del partito in Italia. Il 21 settembre viene arrestato per la prima volta e rinchiuso a San Vittore dove rimane fino alla fine dell'anno. Nel 1924 svolge la relazione politica di maggioranza alla I conferenza nazionale del Pcd'I. Durante l'estate dello stesso anno partecipa al V congresso dell'Ic e viene chiamato a fare parte dell'esecutivo. Nominato nel Cc del Pcd'I eletto d'autorità dall'Ic, torna nuovamente membro dell'esecutivo. Il 2 aprile 1925 viene arrestato per la seconda volta e rilasciato per amnistia il 29 luglio. Al congresso di Lione è confermato nell'esecutivo e nominato rappresentante del Pcd'I presso l'Ic. Giunto a Mosca il 14 febbraio, vi resta fino al gennaio dell'anno successivo quando assume la direzione del centro estero del partito, costituitosi a Parigi. Qui comincia a dirigere «Lo Stato operaio», rivista teorica del Pcd'I. In maggio partecipa all'VIII esecutivo allargato dell'Ic. Nel luglio il centro estero del partito viene spostato a Lugano e nel 1928 viene trasferito a Basilea, dove in gennaio si svolge la II conferenza nazionale del Pcd'I. Nel luglio Togliatti si trasferisce a Mosca dove partecipa al VI congresso dell'Ic. Nel gennaio 1929 viene arrestato ed espulso dalla Svizzera. In luglio, prende parte al X esecutivo allargato dell'Ic. Nel 1931 partecipa al IV congresso del Pcd'I. Nel settembre 1934 viene eletto nel segretariato dell'Ic e prepara con Dimitrov il VII congresso. Da ottobre a dicembre è in Francia e in Belgio per organizzare gli aiuti alle vittime della reazione in Spagna e per seguire da vicino gli sviluppi della politica di fronte unico e fronte popolare in Spagna. Dal gennaio all'aprile del 1935 tiene a Mosca le Lezioni sul fascismo. Nel luglio al VII congresso dell'Ic svolge una delle due relazioni generali, sul II punto all'ordine del giorno. La permanenza a Mosca viene interrotta da due viaggi in Spagna come inviato dell'Ic nel luglio del 1937 e dal settembre 1937 al 1939. In seguito alla sconfitta della Spagna repubblicana, ripara avventurosamente prima in Algeria e quindi in Francia, dove pone a capo del centro estero del partito Novella, Massola, Roasio ai quali si aggiunge in seguito Negarville. Il 1° settembre viene arrestato a Parigi e rimane in carcere, sotto falso nome, per sei mesi. Scarcerato, raggiunge alcune settimane dopo l'Unione Sovietica. Il 29 giugno 1941, con il nome di Mario Correnti, comincia da Mosca le trasmissioni radiofoniche destinate all'Italia. Il 27 marzo 1944 sbarca a Napoli, tornando in Italia dopo 18 anni di esilio, e promuove la svolta di Salerno. Il 22 aprile diviene ministro senza portafoglio del nuovo governo Badoglio. In giugno esce il primo numero di «Rinascita», rivista di cui è direttore fino alla morte. Dopo la liberazione di Roma, il 18 giugno viene confermato ministro senza portafoglio nel primo governo Bonomi ed è poi vicepresidente del consiglio nel secondo governo Bonomi. Dalla metà di giugno ai primi di dicembre del 1945 è ministro di grazia e giustizia nel governo Parri. Dal dicembre al 1 luglio del 1946 ricopre lo stesso incarico nel primo gabinetto De Gasperi. L'8 agosto viene nominato segretario generale del Pci, carica formalmente vacante dall'arresto di Gramsci. Il V congresso nazionale del Pci lo conferma segretario generale del partito. Nelle elezioni del 2 giugno 1946 è eletto all'Assemblea costituente. Alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, che segnano la sconfitta del Fronte popolare, è eletto alla Camera nella circoscrizione di Roma. Viene confermato in tutte le successive legislature, ricoprendo sempre la carica di presidente del gruppo parlamentare comunista. Il 14 luglio 1948 viene gravemente ferito all'uscita della Camera dei deputati dallo studente siciliano Antonio Pallante. In questo anno sotto la sua supervisione comincia la pubblicazione dei quaderni del carcere di Gramsci. Il 17 dicembre 1950 si reca a Mosca dove rifiuta la richiesta di Stalin di trasferirsi a Praga per divenire segretario del Kominform. Nella seduta del Cc del 14 marzo 1956 riprende i temi della destalinizzazione, già trattati da Krusciov durante il XX congresso del Pcus tenutosi a Mosca nello stesso anno, ma tace sul «rapporto segreto». Sulla genesi e le degenerazioni dello stalinismo torna a giugno nell'intervista concessa a «Nuovi argomenti». In dicembre con la relazione all'VIII congresso nazionale rilancia la via italiana al socialismo. Nel 1960 pubblica negli Annali Feltrinelli La formazione del gruppo dirigente del Pci nel 1923-1924. Nel 1962 trasforma «Rinascita» in settimanale. Il 13 agosto 1964, mentre visita il campo dei pionieri di Artak nei pressi di Yalta è colpito da emorragia cerebrale. Muore il 21 agosto 1962 e i funerali si svolsero a Roma il 25 agosto.
Augusto Gabbani nasce a Pozzo Alto, all'epoca Comune della provincia di Pesaro e Urbino, il 5 maggio 1891 in una povera famiglia rurale, cattolica, ma di idee progressiste. Riesce a frequentare la scuola fino alla terza classe delle elementari e, per qualche tempo, riceve le lezioni dal cappellano della parrocchia. Fin da adolescente, a partire dal 1907, partecipa alle prime leghe contadine, organizzate dai socialisti Giuseppe Filippini, Alfredo Faggi e Domenco Gasparini. «La miseria in mezzo ai contadini era spaventosa» scrive Gabbani nei suoi Ricordi. «I contadini non riuscivano, con i diversi prodotti del podere, specie negli anni di avversità atmosferiche, a trarre sufficiente vitto per la famiglia». Tra i debiti contratti, le decime, il costo dei buoi per arare, la metà del raccolto spettante al mezzadro si riduceva di molto. Inoltre vi erano una serie di prestazioni a cui il contadino era tenuto per il fondo del padrone.
Le agitazioni di quegli anni portano ad alcuni successi. Nel profilo biografico di Gabbani, Ermanno Torrico annovera l’accordo strappato nel 1906, quindi appena precedente all’inizio dell’impegno di Gabbani, che prevedeva l’abolizione di alcune tasse, vincolava il proprietario e presentare i conti e statuiva la ripartizione delle sementi in base al reddito per ettari, l’istituzione di un collegio di probiviri composto da coloni e proprietari e la ripartizione a metà di quasi tutti i prodotti. Nei suoi Ricordi Gabbani ricorda tra le conquiste di quegli anni la divisione paritaria di olive e bachi da seta, il compenso al colono per il trasporto di cibo al proprietario e l’abolizione della servitù nella casa del padrone.
Nel 1912, a ventuno anni, Gabbani si iscrive al Psi. Prende parte all’agitazione per la ripartizione delle spese di trebbiatura con i proprietari dei fondi. Per le sue idee pacifiste subisce varie diffide dall’autorità pubblica.
Con la ripresa del movimento dei contadini nel dopoguerra, Gabbani diventa dirigente sindacale e membro del comitato provinciale delle leghe contadine, costituito dall’avvocato Filippini e dal segretario della Camera del Lavoro Dante Spallacci. È tra i fondatori della prima cooperativa di consumo e dell’apertura della prima sezione socialista nel suo comune. È tra gli animatori dello sciopero della trebbiatura, che vale ai contadini un patto colonico più favorevole. Nel 1919 è candidato alle elezioni politiche. Probabilmente a causa della sua attività politica e sindacale, nel gennaio del 1920 i suoi pagliai vanno a fuoco: l’episodio sembra possa essere collocato nello scontro con le leghe bianche cattoliche. Alle elezioni del 15-16 novembre è candidato nelle liste socialiste. Un anno dopo alle amministrative è capolista e, dopo aver ottenuto il numero di voti più alto, viene eletto sindaco di Pozzo Alto. In occasione del congresso di Livorno aderisce al Partito comunista. Tutta la sezione socialista del suo paese e la maggioranza del consiglio comunale lo segue.
Tra le principali opere di sindaco si ricorda la costruzione di importanti strade di collegamento e l’aumento delle classi elementari. Ma il clima è difficile. Per ripianare il bilancio comunale, ereditato in forte passivo, aumenta le tasse a carico dei proprietari terrieri. Gli agrari passano dai tentativi di corruzione alle minacce. La contrapposizione si inasprisce ulteriormente in seguito alla costruzione del nuovo acquedotto, attraverso un consorzio costituito con i comuni di Tomba, Gradara e Montelabbate: le acque infatti sono captate dalla sorgente situata nella proprietà del locatore del suo fondo, Augusto Mariotti.
Il contrasto con gli agrari è il terreno di coltura delle violenze squadriste. Nel luglio del 1922, il 29, Gabbani viene arrestato nel corso di una mobilitazione per il rispetto dei diritti sindacali durante la trebbiatura. Rimane in carcere fino al 7 agosto. Il giorno dopo la sua scarcerazione, numerosi fascisti armati, guidati da Raffaello Riccardi, circondano la sua casa e lo obbligano a seguirli in municipio, rivoltella alla mano. Qui viene duramente picchiato e avvolto nella bandiera del comune, poi viene costretto a percorrere le vie del paese tra bastonature e dileggi, infine con la pistola puntata alla tempia dallo stesso Riccardi, gli viene intimato di firmare le dimissioni e di riunire la popolazione per rinnegare pubblicamente il suo ideale politico e aderire al fascismo. Gabbani riesce a evitare questa seconda umiliazione: si nasconde e rientra a casa solo due settimane dopo. Ma la vita è divenuta impossibile: è continuamente sorvegliato, più volte fermato e trattenuto, subisce numerose perquisizioni per i suoi contatti con gli antifascisti fuoriusciti in Francia.
Nel 1930, pur con un grande tormento personale, accetta l’adesione al sindacato fascista di Pozzo Alto per mantenere il contatto con i lavoratori, assecondando le indicazioni del partito clandestino. Il sindacato fascista riesce a ottenere alcuni sgravi fiscali e a stabilire una cassa mutua per i contadini. Questa viene inizialmente ostacolata dall’ordine dei medici che ne impediscono nei primi mesi il funzionamento, ma poi prende piede, risultando una sorta di anticipazione della mutua nazionale, istituita nel 1939, che ne avrebbe assorbito il patrimonio. Nel 1933, sempre dall’interno del sindacato avvia una discussione per una riforma del patto colonico. Nel 1934 la piattaforma rivendicativa del sindacato di Pozzo, presentato a Pesaro al convegno dei dirigenti sindacali, è lungamente applaudito dai coloni presenti. Contiene rivendicazioni avanzate per il tempo: la fornitura di macchine più moderne, la costruzione di nuove strade, il restauro delle abitazioni, la fornitura di luce e acqua. Il documento avrebbe avuto riflessi anche sulla vicenda politica nazionale. La reazione degli agrari sarebbe stata tra i motivi della sostituzione del presidente della Confederazione nazionale dell’agricoltura Razza e del segretario nazionale Gattamorta, che si era impegnato a esibirlo a Mussolini.
Gabbani riesce così a mantenere, pur in una posizione difficile, il legame con i lavoratori anche durante la guerra. Dopo l’8 settembre partecipa attivamente alla Resistenza: si adopera per mettere in salvo i soldati sbandati, organizza sabotaggi lungo la Linea Gotica, partecipa a diverse azioni di disarmo della milizia fascista. Partecipa inoltre alla ricostruzione della clandestina Federazione provinciale comunista. Le riunioni si tengono a Santa Maria delle Fabbrecce, a casa dell’onorevole Mancini. Costretto a sfollare con la famiglia a Scotaneto, viene qui raggiunto da alcuni compagni che portano le armi sequestrate. Presi i contatti con la brigata “Bruno Lugli”, entra nel comando militare. Il capanno dove abita è il luogo di riferimento dei giovani che vogliono raggiungere la Resistenza. Il 26 luglio 1944, poco prima della liberazione della provincia, il capanno è oggetto di un attacco incendiario e viene raso al suolo, ma in quel momento nessuno vi si trovava all’interno. Appena passato il fronte, Augusto Gabbani viene incaricato di costituire il Comitato di liberazione nazionale a Tavullia, ma non riesce a raggiungerla, venendo fermato e derubato da un soldato canadese prima di arrivarci. Essendo il suo paese natale, Pozzo Alto, distrutto dalla guerra, ripara a Villa Fastiggi. Dal partito riceve l’incarico di ricostituire la Confederterra e la Camera del Lavoro provinciale: è tra i membri della prima Segreteria del 1944, quella presieduta da Bruno Alciati, assieme Dante Spallacci, Giovanni Giordani e Arnaldo Forlani. Con Dante Spallacci è l’unico membro che viene confermato anche nel 1946, nella nuova segreteria presieduta da Mariano Bertini. Nuovamente il suo impegno si cala nella riorganizzazione del movimento contadino di cui cerca di riprendere le fila in tutta la valle del Foglia. Data la sua esperienza è il regista delle manifestazioni organizzate dalla Federterra per l’applicazione del lodo De Gasperi e il varo di un nuovo patto mezzadrile.
Nel 1947 si adopera a favore di alcuni contadini arrestati durante lo sciopero delle fiere e dei mercati per il bestiame, ottenendo dal presidente del tribunale di Urbino il rilascio. Pur non avendo partecipato ai fatti, viene tuttavia denunciato come «capo di un’associazione a delinquere» e condannato a due anni e otto mesi. Sarebbe stato assolto poi in appello, difeso da Enzo Capalozza. Nel 1948 dirige per l’ultimo anno la Confederterra di Pesaro, prima di passare all’Ufficio vertenze. Al III Congresso della Federmezzadri del 1952 partecipa alla Commissione Contratti e vertenze e figura nel Comitato direttivo. È ancora nel Comitato direttivo dei successivi Congressi, il quarto, che si tiene nel 1955 e il quinto, del 1957. L’anno successivo decide di pensionarsi per le cattive condizioni di salute, ma continua a partecipare, come 'giudice esperto', alla commissione agraria presso il tribunale di Pesaro, fino al suo scioglimento nel 1963. Continua a vivere a Pesaro, dove risulta residente nel 1969, prima di trasferirsi a Mombaroccio, dove muore il 31 luglio 1983. «Così la mia vita è trascorsa» scrive Gabbani alla fine dei suoi Ricordi. «Nella difesa degli interessi dei mezzadri, fino a quando ho potuto».
Organismo di ricerca, emanazione degli enti locali marchigiani, fondato il 10 dicembre 1963, iniziò ad operare nel gennaio 1964 facendo riferimento alla Facoltà di economia e commercio di Ancona, sede decentrata dell'Università di Urbino. Il suo comitato tecnico coordinò e diresse, tra 1963 e 1970, una vasta mole di ricerche.
Nato a Fermo, frequenta solo la scuola elementare. Si arruola nell'esercito subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia, ma dopo l'8 settembre riesce a sfuggire alla cattura dei nazisti travestendosi da sacerdote e raggiunge le bande partigiane che operano sui Sibillini, grazie alle numerose azioni ottiene il grado di tenente.
Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito socialista italiano (PSI) e inizia la sua attività di sindacalista nella Confederterra. Nel 1950 gli viene affidato l'incarico di Segretario della Camera del lavoro di Fermo e nel 1953 viene chiamato in Ancona a dirigere la Federmezzadri. All'attività sindacale unisce l'impegno nel Partito socialista e nel 1964 alle elezioni amministrative entra nel consiglio comunale di Ancona e ricopre il ruolo di assessore. In seguito al processo di democratizzazione dell'Inps i rappresentanti sindacali entrano nella gestione dell'istituto e Levantesi va a ricoprire la carica di presidente del comitato provinciale dell'ente dal 1971 al 1975 e, nel quinquennio successivo, del comitato regionale. Negli anni successivi, dopo la direzione dell'Inca nel 1982, viene eletto segretario regionale dello Spi. Levantesi lascia l'attività sindacale nel 1990 e muore in Ancona nel 1993.
Contadino, nato a San Giovanni in Marignano, dopo l'8 settembre inizia a lavorare per la Todt a Montecchio e compie azioni di sabotaggio rallentando i lavori per agevolare il passaggio degli Alleati. Dopo la liberazione si iscrive al PCI, il 1 gennaio del 1952 entra come funzionario della Cgil e diventa prima responsabile e poi Segretario della Camera del lavoro di Gabicce Mare.
Marcello Stefanini nasce a Comunanza l'11 gennaio 1938. Si laurea in agraria presso l'Università di Perugia. Dal 1965 è consigliere e assessore comunale di Pesaro. Del comune di Pesaro è sindaco dal 1970 al 1978 per il Partito comunista italiano (PCI). Dal 1978 diviene segretario regionale delle Marche. Nel 1980 è eletto consigliere regionale. Nel 1987 è eletto deputato alla Camera per il PCI nel collegio di Ancona. Diviene membro della segreteria nazionale del partito e Tesoriere nazionale nel 1990. Nel 1992 viene eletto senatore per il Partito democratico della sinistra (PDS). Nel 1993 viene coinvolto nella stagione di Mani pulite per le tangenti del gruppo Ferruzzi al PDS. Viene anche chiesto il suo rinvio a giudizio per Malpensa 2000. A fine 1994 muore improvvisamente per un'emorragia cerebrale. Muore a Pesaro il 29 dicembre 1994. Ogni suo coinvolgimento viene fugato dalle indagini e via via archiviati i casi che lo vedevano coinvolto: non per morte sopraggiunta ma per inconsistenza delle accuse.