Mario Maoloni nasce il 1° agosto 1944 a Poggio di Bretta, frazione di Ascoli Piceno. Proviene da una famiglia di origini contadine da cui apprende i valori di onestà e condivisione dell’essenziale. Il padre sceglie la professione di carabiniere per alleviare le condizioni economiche della famiglia contadina, nel 1944 era distaccato presso Monte San Giusto in provincia di Macerata, la madre, casalinga, aveva frequentato la scuola fino alla quarta elementare. Il padre in seguito viene trasferito a Filottrano e poi a Senigallia dove la famiglia lo raggiunge. Nel 1951 Maoloni inizia ad andare a scuola a Senigallia, in un primo momento dalle monache, ma poco dopo deve seguire gli spostamenti lavorativi paterni cosicché prosegue gli studi nel pesarese, a Pozzo Basso, in un edificio in cui vi è la sede dell’ambulatorio del medico del paese e due sole stanze per le diverse classi, tanto che Maoloni condivide la classe con la sorella pur essendo di un anno più giovane. Nel 1956 il padre è trasferito a Pesaro dove Maoloni frequenta le scuole medie. Qui il primo anno ha la fortuna di avere tra i suoi insegnanti il professor D’Elia, padre del poeta pesarese Gianni D’Elia, poi trasferitosi al Liceo classico Mamiani di Pesaro. In base ai suoi ricordi, quest’incontro sarà una felice eccezione sia in quegli anni sia rispetto alle scuole medie superiori, quando frequenta ragioneria più che altro perché non conosceva il latino. Successivamente frequenta la Facoltà di Economia e Commercio, quando essa era ancora ad Ancona pur essendo un distaccamento dell’Università di Urbino. In questo ambito Maoloni ricorda di avere avuto degli insegnanti ‘incredibili’ nonché intellettuali già allora coinvolti nel dibattito pubblico non solo nazionale quali Giorgio Fuà, Claudio Napoleoni, Romagnoli, docente di diritto, Alberto Caracciolo e Alessandro Pizzorno. La formazione cattolica della famiglia (in particolare della madre) lo porta a vivere le prime esperienze all’interno di questo mondo. Infatti, chi in età giovanile ebbe un forte impatto nella sua maturazione fu Don Gianfranco Gaudiano, figura rilevante della cultura non solo religiosa pesarese. Con lui, insieme ad alcuni amici, ha anche modo di condividere esercizi spirituali presso l’Eremo di Montegiove a Fano. Don Gaudiano e Maoloni hanno modo di discutere di molti temi, tra cui la povertà estrema presente in interi continenti come ad esempio l’Africa. Maoloni, dopo la lettura di alcuni libri sull’argomento, e sulle cause economiche che vi sono alla radice, si confronta con Don Gaudiano su quale possa essere la strada più efficace per almeno ridurre sensibilmente le disuguaglianze. Se dal lato cattolico il principale approccio è rivolto verso la carità, Maoloni, frequentando l’università, in quel frangente ha modo di incontrare i testi di Karl Marx e prima ancora di alcuni marxisti come Paul Baran e Paul Sweezy. Da allora diventa marxista, pur continuando un dialogo attento, sulla base delle distinte posizioni, con Don Gaudiano. Sul fronte degli studi universitari Maoloni inizia a lavorare ad una tesi sui piani quinquennali in India nata da un suggerimento di Claudio Napoleoni con cui aveva sostenuto tre esami e con cui si era instaurato un rapporto di autentica cordialità e stima. Per i suoi studi finalizzati alla tesi entra in contatto con un istituto di ricerca come lo Svimez (con sede a Roma). Nel frattempo, tuttavia, Napoleoni si era trasferito a Napoli e Maoloni, non potendo seguirlo, si laurea con Giorgio Fuà discutendo una tesi sul sottosviluppo nel novembre del 1968. Nel 1969 deve partire per svolgere il servizio militare e si ammala di tubercolosi. In realtà, l’intenzione iniziale di Maoloni era quella di dedicarsi ad un’attività di volontariato, insieme alla futura moglie, per due anni in Congo. Ciò gli avrebbe permesso, sulla base della legislazione dell’epoca, di non svolgere il servizio militare vista l’attività di volontariato prestata, peraltro per un tempo superiore rispetto alla leva, all’estero. Tuttavia, a causa della sua adesione al Pci avvenuta a metà degli anni Sessanta, gli venne negata la possibilità di trasferirsi in Congo. Così, in seguito alla malattia, la leva per lui dura due anni, tanto che esce dal sanatorio di Trebbiantico, di Pesaro, dov’era stato trasferito dal sanatorio di Udine, nel febbraio del 1971. Pur essendo abilitato all’insegnamento decide di non percorrere quella strada e a marzo dello stesso anno è già alla Camera del Lavoro di Fano nel ruolo di segretario dopo aver avuto rapporti, negli anni universitari, con la Camera del Lavoro di Pesaro, in particolare con Luigi Agostini, e i componenti della segreteria provinciale dell’epoca, amico stretto dai tempi dell’Università, all’epoca membro della segreteria provinciale e segretario della Fiom. A Fano lavora a stretto contatto con Riccardo Spaccazocchi e Pietro Cancellieri. In quegli anni, con altri compagni, in particolare a Pesaro con Agostini, si facevano dei corsi presso le sedi sindacali che così si aprivano ai lavoratori in orari più accessibili e diventavano un luogo di condivisione. I corsi vertevano sull’organizzazione del lavoro e su come difendersi dalle politiche padronali. Ciò creava un legame saldo, non solo politico, ma di amicizia autentica che portava i sindacalisti ad essere in primo piano anche quando si trattava di occupare una fabbrica come nel caso, tra gli altri, del Calzaturificio Serafini in cui la lotta si protrasse per due mesi al fine di far rientrare il licenziamento di 70 operai su 200 occupati. Tuttavia, la concezione ortodossa che riteneva prioritaria l’azione partitica e la difficoltà ad accettare il dissenso non poteva tollerare un’autonomia troppo estesa nella direzione sindacale delle lotte fino a mettere in discussione la centralità del partito. Così, la dirigenza del Pci provinciale fa sentire il suo peso e in un direttivo della Camera del Lavoro allargato ad un membro della segreteria nazionale della Cgil (Aldo Giunti), nel novembre del 1974, si decide di trasferire Maoloni alla direzione della scuola sindacale di Ariccia e Luigi Agostini alla direzione della Fiom di Treviso. Quella scelta, pur non ledendo i legami con i compagni di base, di fatto sancisce la fine di un rapporto con la Cgil pesarese e anche l’emarginazione di quelle posizioni più di sinistra e incentrate sulle rivendicazioni operaie, a partire dalla questione salariale, dentro il partito che a loro volta dovevano trovare un raccordo con la costituzione di nuovi strumenti di partecipazione politica esterni alla fabbrica. Infatti, il superamento delle Commissioni interne a vantaggio dei Consigli di fabbrica, con i rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori, andava di pari passo con l’approccio per cui «i Consigli di Zona avrebbero avuto il compito di raccordare gli interventi politici e di lotta a livello territoriale». Giunto ad Ariccia, Maoloni vi rimane due anni girando tutta l’Italia per fare corsi sindacali. Nel 1976, dopo uno dei suoi corsi tenutosi a Schio, nel vicentino, area in cui vi era una diffusa presenza di industrie meccaniche e tessili, gli viene proposto di guidare la Camera del Lavoro di Vicenza. Dopo pochi giorni, Rinaldo Scheda, membro della segreteria nazionale della Cgil, dopo una richiesta ufficiale giunta dalla stessa Camera del Lavoro e dato che chi ne era alla guida era in procinto di lasciarla per candidarsi alle elezioni per il Psi, chiede a Maoloni se effettivamente concorda con la possibilità di trasferirsi a Vicenza. Maoloni accetta il trasferimento e inizia, così, un’esperienza che dura due anni, sicuramente faticosi visto che si trattava di anni in cui, tra l’altro, erano già operative le Brigate Rosse. Maoloni, con il passare del tempo, ritiene che vi siano dirigenti più capaci e radicati in quel contesto territoriale caratterizzato, in quel frangente, anche da uno scontro tra Cgil e Flm sulla guida delle politiche rivendicative dei metalmeccanici. In tal senso, sempre dopo un confronto con Scheda, emerge la possibilità di ricoprire un ruolo dirigenziale presso la segreteria regionale marchigiana della Cgil, allora guidata dal socialista Rolando Pettinari. Durante quell’esperienza, in cui ha il compito di seguire le fabbriche, si trova pressoché sempre in minoranza. In un periodo come quello della fine degli anni Settanta ed inizio anni Ottanta caratterizzato da un’imponente fase di ristrutturazione, Maoloni deve seguire diverse vertenze che interessano aziende in crisi. Tra queste si segnala quella del gruppo romagnolo Maraldi costituito da zuccherifici e tubifici. Per uno di questi tubifici, che si trovava nel porto di Ancona, è prevista una chiusura. Il consiglio di fabbrica dell’azienda proclama lo sciopero ma la segreteria regionale della Cgil, a maggioranza, decide di non partecipare. Maoloni invece aderisce e partecipa alla manifestazione che porta all’occupazione della stazione di Ancona da parte dei lavoratori della Maraldi. La segreteria della Cgil condanna l’azione e rimprovera Maoloni per avere aderito alla manifestazione. Al di là della giustezza o meno di azioni simili, ciò produce, innanzitutto, la separazione tra lavoratori e sindacato, nonché l’incapacità di quest’ultimo di orientare le lotte senza che sfocino in azioni eventualmente controproducenti. Le crisi aziendali si ripetono e coinvolgono anche le Cartiere Miliani all’epoca connotate nella proprietà dalle partecipazioni statali. In questo caso reali problemi legati all’innovazione tecnologica e alla produttività venivano utilizzati dalla dirigenza per una riduzione del personale e la privatizzazione dell’azienda. Non trovando reali alternative a queste politiche, di fatto avallate a livello regionale, Maoloni denuncia la subalternità della linea maggioritaria in seno alla Cgil e al congresso del 1981 firma una mozione e tiene un intervento, molto apprezzato dai suoi compagni, contro la relazione del segretario Pettinari. Maoloni ne esce in una posizione minoritaria. Segue un congresso straordinario, tenutosi presso la fiera della pesca al porto di Ancona, a cui partecipa Scheda. All’esterno, Maoloni ricorda che c’erano i lavoratori della Maraldi e delle Cartiere Milani che lo sostenevano, ma la maggioranza dei dirigenti delle diverse categorie votarono per un suo allontanamento. A quel punto, il rapporto con la Cgil diventa irrecuperabile, tanto che una chiamata dell’amico Agostini a nome di un dirigente nazionale riconosciuto e apprezzato come Sergio Garavini per un incarico a Roma non muta i suoi convincimenti. Terminata l’esperienza sindacale, si apre la possibilità di lavorare presso la Lega regionale delle cooperative in cui di fatto, però, non viene impiegato in alcuna attività. In un’occasione incontra l’amico Francesco Lupatelli, già partigiano e presidente della Cassa Rurale di Villa Fastiggi, frazione di Pesaro, che gli propone di entrare in banca con lui visto che avrebbe potuto partecipare ad un imminente concorso. All’entrata in banca segue anche la nomina a direttore. Qui vi resta dal 1983 al 1995, poi, nell’agosto dello stesso anno, viene ‘cacciato’ perché non più in linea con la politica bancaria in auge. Nel frattempo, era già stato chiamato dal Sindaco di Pesaro per un eventuale incarico in Giunta, per il quale il Consiglio di amministrazione della banca si esprime negativamente. Inoltre, si dimette da Rifondazione comunista, senza aderire successivamente ad alcun altro partito, perché aveva parlato con il Sindaco Oriano Giovannelli senza il ‘permesso’ del partito. Dopo la cacciata dalla banca, avvenuta il 5 agosto 1995, partecipa a un concorso pubblico in Comune e viene assunto il 1° gennaio 1996, dove rimane fino al pensionamento nel 2010.
Nasce il 7 gennaio 1905 in una famiglia di commercianti ambulanti: il padre ha tendenze anarchiche, la madre è cattolica. Ottiene come titolo di studio la quarta elementare. Milita nell’Azione Cattolica dalla nascita fino al 1940, rivestendo la carica di presidente locale per diversi anni. Si specializza come falegname carradore, Durante il fascismo lavora per proprio conto oppure per alcune ditte in Africa. Si sposa e ha due figli. Dal 1939 al 1942 emigra in Germania per lavoro, venendo rimpatriato per motivi disciplinari, avendo protestato sulle condizioni lavorative. Durante questo soggiorno avviene la sua conversione dalla fede cattolica al comunismo. A segnarlo è un episodio, che racconta in un’intervista rilasciata nel 1985. Aveva incontrato dei prigionieri russi e a uno di loro aveva offerto pane e salame. Questo aveva chiesto un coltello e aveva diviso il poco cibo con tutti i nove compagni. «Io cattolico se mi avessero dato un pezzo di pane e un pezzo di salame l’avrei dato agli altri o l’avrei mangiato di nascosto dove non mi vedeva nessuno con la fame che c’ho», si chiede. «Allora è più civile di me». Questa immagine di solidarietà lo avvicina al comunismo. Partecipa alla guerra di liberazione, collaborando al Comando partigiano di Fano. In questa veste partecipa al disarmo di alcuni carabinieri. Finita la guerra, dal 1945 è attivista della sezione di San Costanzo e responsabile di organizzazione. Qui diventa molto popolare tra i contadini della Valle del Metauro. Dal 1946 è attivista di Federazione. Per due anni è responsabile ad Orciano. Nello stesso periodo è nominato membro della commissione provinciale di organizzazione. Nel 1949 viene condannato insieme ad Adolfo Cenci per avere duramente condannato la repressione della manifestazione mezzadrile del 29 luglio. Nello stesso anno viene incaricato del ruolo di segretario della sezione Pci di Fano e, per due anni, anche di quello di segretario della locale Camera del Lavoro. L’anno successivo diventa responsabile di organizzazione della Federmezzadri provinciale. Nel 1952, al Congresso provinciale, viene nominato delegato provinciale al Congresso nazionale della Federmezzadri. In questi anni incorre in un nuovo arresto, in seguito alle manifestazioni condotte nel Montefeltro e nella valle del Metauro, intorno al rinnovo del patto colonico. Nel 1960 è tra i delegati della Federmezzadri al VI Congresso provinciale della Camera del lavoro. In questa occasione viene nuovamente eletto nel comitato direttivo. La nomina gli viene confermata al Congresso successivo, nel 1963. Nel 1963 è all’Ufficio contratti e vertenze della Camera del lavoro. Dal 1951 viene eletto consigliere provinciale, carica che ricopre per svariati mandati fino al 1970.
Nato a Montecerignone.
Componente per il partito comunista della Segreteria nazionale della Federmezzadri.
Friulano, ma pesarese di adozione, antifascista e comunista, durante il ventennio fascista si rifugia in Francia, a Parigi, dove conosce la sua compagna di lotta e di vita: Lea Trivella. Insieme combattono le forze d’occupazione tedesche in Francia, dopo l’invasione nazista del paese, dal 1940 al 1943. Con la caduta del governo di Mussolini e il suo arresto, Lupieri rientra in Italia con la compagna Trivella, portando con se l’esperienza di guerriglia urbana maturata a Parigi. Nell’ottobre del 1943, si rendono evidenti i limiti operativi e la funzione della GN, inadeguata a sostenere l’intensificarsi della pressione delle forze di occupazione tedesche e fasciste sulla popolazione, in particolar modo nei centri urbani. Per tale motivo il CLN decide di articolare la lotta armata creando nelle montagne i distaccamenti d’assalto Garibaldi (poi Brigate) e nelle città i GAP (Gruppi d’Azione Patriottica). Il 1 novembre 1943 viene formalizzata la Brigata GAP Pesaro e Lupieri, con nome di battaglia Basilio, viene indicato come comandante. Secondo quanto dichiarato da Sandro Severi nel novembre del 1991, Siro Lupieri pianifica e guida l’operazione di sabotaggio del deposito di mine di Montecchio del 21 gennaio 1944. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ricopre numerosi incarichi politici e pubblici: Assessore provinciale, comunale, sindacalista, consigliere di amministrazione della COOP e dal 1975 ne diventa presidente. Gli viene attribuita la Croce al merito di guerra per l’attività partigiana.
Francesco Lupatelli nasce il 27 gennaio del 1923 in comune di Cantiano nella frazione di Pontedazzo da una famiglia di estrazione contadina che ha da poco lasciato il podere mezzadrile col cui nome,”Ca’ Giuanni”, i membri della famiglia continueranno ad essere chiamati in paese. Orfano di madre sin da tenera età sarà allevato dalla zia Anna con il fratello Avellino e il cugino Antonio che pure ha perso la madre nella stessa epidemia “spagnola” del 1925. Dopo gli studi elementari nella pluriclasse di Pontedazzo e poi nelle scuole del capoluogo lavorerà come operaio da prima a Spoleto, dove frequenterà le scuole serali di arti e mestieri, poi nelle officine Baldeschi e Sandreani a Cantiano.
Dopo l’8 settembre con altri giovani cantianesi si unisce al nucleo di antifascisti italiani e di ex internati slavi che da vita alla prima formazione partigiana della provincia, quella che sarà poi la 5° Brigata Garibaldi.
Sulla guerra Partigiana Francesco tornerà curando con Diego Fiumani e William Azella la regia del documentario “Notte di Inverno” per il Comitato per il Ventennale della Liberazione e poi dando alle stampe nel luglio 2000 il volumetto “Cronache Partigiane”.
Nella guerra partigiana matura la sua adesione al Partito Comunista che lo vedrà impegnato come attivista nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta, segretario della Federazione Giovanile comunista della Provincia di Pesaro e Urbino dal 1946 al 1949 per frequentare poi la scuola di Partito alle Frattocchie nel 1949-50.
Nel 1951 viene eletto in Consiglio Comunale di Pesaro dove ricopre l’incarico di capo-gruppo per entrare poi come assessore ai Lavori Pubblici e all’Urbanistica nelle giunte De Sabbata sino al 1959.
Nel 1953 si sposa con Rosina Fraternali che scomparirà prematuramente nel 1975 e nel 1955 nasce suo figlio Giampiero.
In questo periodo consegue il diploma di Maestro d’Arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Pesaro e consegue l’abilitazione all’insegnamento. Nel 1960, vinto il concorso nazionale, inizia l’insegnamento di Disegno Professionale nell’Istituto Statale d’Arte A. Celli di Cagli, cattedra che terrà sino alla pensione nel 1980.
Durante l’insegnamento continuerà a ricoprire incarichi amministrativi, costituendo e presiedendo l’azienda municipalizzata delle Farmacie Comunali a Pesaro e, dopo una consigliatura nel ruolo di capogruppo di opposizione, ricoprendo l’incarico di Sindaco del Comune di Cagli a cui è eletto nel 1970. Dal 1971 al 1975 è nel Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale San Salvatore a Pesaro, nel 1976 è nominato Presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari della provincia di Pesaro, incarico che manterrà sino al 1984.
All’esperienza amministrativa affianca quella aziendale assumendo nel 1982 l’incarico di Presidente della Cassa Rurale e Artigiana di Villa Fastigi che manterrà sino al 1991; nel 1983 entra nel Consiglio di Amministrazione della Finanziaria Regionale Marche dove resterà sino al 1990 partecipando alla amministrazione di società partecipate come l’Associazione Moda e Cultura, il Consorzio del Mobile, Ancopesca.
Dalla metà degli anni Novanta si ritira dalla vita attiva e torna a Cantiano nella casa di vacanza dove la cura dell’orto, la frequentazione degli amici al tavolo di gioco e le buone letture saranno le sue occupazioni. Nel 2005 l’aggravarsi di condizioni di salute sempre fragili lo portano a Reggio Emilia presso il figlio con brevi parentesi estive nella amata residenza cantianese.
La morte lo raggiunge a Reggio Emilia il 19 Agosto 2009 dopo un lungo ricovero ospedaliero.
Segretario del Sindacato provinciale facchini di Pesaro negli anni Quaranta e Cinquanta.
Bruno Lugli era nato a Trasanni (Urbino) nel 1901 e molto giovane entra nella lotta politica. Nel 1920 diventa segretario del Circolo giovanile repubblicano distinguendosi per il suo impegno nella difesa dei diritti dei cittadini. Nel 1922 si trasferisce a Roma. All'indomani dell'assassinio di Giacomo Matteotti, alcune testimonianze riportano che il Lugli abbia cercato di organizzare un attentato a Benito Mussolini. Cosa che non gli riuscirà. Dopo un periodo di permanenza in Svizzera e successivamente in Francia, Bruno Lugli parte per la Spagna dove con il battaglione Garibaldi si distinguerà nella guerra civile spagnola. Sarà colpito a morte il 16 luglio 1937 a Villanueva del Pardillo. La sua tomba, inizialmente segnalata nel cimitero del Fuencarral con il numero 326, è stata successivamente localizzata nel Cimitero di Saragoza. Per onorare la sua memoria, il 15 luglio 1944 la Brigata Garibaldi viene intitolata a "Bruno Lugli".
Armando Lugli fu membro del Comitato nazionale di liberazione - CNL costituitosi a Pesaro nel 1943, fra i fondatori del Partito d'Azione e in seguito presidente del CNL provinciale nel 1945. Fratello di Bruno Lugli, garibaldino volontario in Spagna nella guerra contro il franchismo, caduto a Villanuova del Pardillo il 16 luglio 1937.
Nasce a Urbania il 23 agosto 1947 in una famiglia di mezzadri molto numerosa che, disponendo, come testimonia lo stesso Lucarini, di un ampio podere ha un tenore di vita molto dignitoso, confortato anche da un ottimo rapporto con i proprietari. A 11 anni entra in seminario, esperienza che considera tuttora molto positiva. Ne esce al principio degli anni Sessanta. Si avvicina alla Camera del lavoro durante il Liceo classico in relazione alle iniziative dei mezzadri. Insieme ad altri giovani comincia una fase di politicizzazione che porterà alla fondazione del Circolo Arci e alla prima Festa dell’Unità. Nello stesso periodo si iscrive a Lettere classiche all’Università di Urbino, completando gli esami senza laurearsi e consentendosi anche un periodo di passione musicale facendo pare di alcuni gruppi locali fino al 1972.
Dopo una prima simpatia per il PSIUP, una tiepida partecipazione al movimento del ’68, nel 1970 aderisce al Partito Comunista. Dopo alcune collaborazioni con la Camera del lavoro di Urbania, viene introdotto nell’apparato CGIL, nel 1974, dal Segretario provinciale Lindo Venturi, anche lui di Urbania. Ha un primo incarico a Urbino come Dirigente del settore 'terra' (braccianti e mezzadri): un’esperienza entusiasmante anche se la mezzadria è al capolinea. Infatti, nel 1977 il settore confluirà nella Costituente contadina.
In Camera del lavoro collabora anche al settore Industria, scuola e università: una utile base formativa per i successivi incarichi. Partecipa a un corso di formazione per dirigenti di 4 mesi ad Ariccia nel 1977. Al Congresso dello stesso anno entra in Segreteria della Camera del lavoro, con Falcioni segretario, Biettini, Cicerchia, Gasperoni. Si occupa di mercato del lavoro e terziario, in particolare del primo supermercato della Coop. L’ingresso in Segreteria coincide con un periodo di ringiovanimento degli apparati, e di una Riforma organizzativa, che parte dal 1975, con la Piattaforma rivendicativa provinciale, dalla riforma del 1978, con la divisione in tre zone: Pesaro, Fano e Urbino e grande decentramento di uomini e risorse, al 1981, che vede la divisione in due comprensori, Pesaro e Fano. In questo contesto Lucarini diventa segretario di Urbino e Montefeltro ed è in Segreteria provinciale. Un periodo difficile, come tutti quelli di cambiamento, ma molto stimolante.
A gennaio 1982 entra in Segreteria regionale, esperienza che, fatta con dirigenti validi ed esperti, Lucarini considera quasi una specie di Università. Qui si occupa di mercato del lavoro, sanità, servizi sociali e poi, nel 1983, di organizzazione e amministrazione.
Avvia una fase di rilancio e ridefinizione delle strutture, decentramento, formazione, amministrazione in un contesto difficile di rottura dell’unità sindacale.
La prima Conferenza regionale dei Servizi sindacali, da lui promossa, apre una stagione di sviluppo organico di tutti i servizi (patronato, servizi fiscali, consumatori, disoccupati), lineari al Sindacato dei diritti. Avvia infine il processo di informatizzazione della CGIL delle Marche.
Nel 1986 diventa Segretario generale del Comprensorio di Pesaro. Delegato al Congresso nazionale CGIL entra nel Direttivo nazionale come Sindaco revisore. Sono anni di grande cambiamento della realtà provinciale, con la chiusura di grandi aziende, ma di notevole dinamismo economico e difficoltà nei rapporti unitari. Impegnandosi a continuare a operare al rinnovamento dei gruppi dirigenti.
In particolare, Lucarini punta a una politica di nuovo insediamento sindacale nel crescente terziario, piccola impresa e artigianato, nuovi diritti, casa, salute, handicap, immigrati, pari opportunità, utenti e consumatori, servizi fiscali. Contestualmente lavora per un consolidamento dei rapporti unitari con la contrattazione e il rilancio dell’iniziativa territoriale.
Nel 1988, a seguito del trasloco nella nuova sede della Cgil in Via Gagarin, Lucarini fa mettere in sicurezza tutti i documenti che avevano esaurito le finalità pratiche correnti e, consapevole del valore storico di quei materiali d'archivio, incarica un’archivista per riordinare le carte più antiche, a lui si deve l'istituzione, alla fine dell'intervento di riordino, dell'Archivio storico, che nel 2012 verrà riconosciuto di interesse storico dalla Soprintendenza ai beni archivistici delle Marche.
Nel 1990 la CGIL ritorna alla struttura provinciale. Il Congresso del 1991 riunifica le due strutture di Pesaro e Fano attraverso un processo difficile e complesso di ricomposizione dei gruppi dirigenti. Sono anni difficili di crisi economica, politica e sindacale ma anche forieri di sviluppi positivi. L’organizzazione, infatti, continua a rafforzarsi.
Nel 1995 lascia l’incarico, sostituito da Giampaoli. Si occupa in seguito di sindacato dei trasporti e nel 1996 passa alle dipendenze dell’Agenzia per l’impiego nelle Marche, in qualità di esperto del mercato del lavoro, fino al pensionamento. Rimane nel Direttivo camerale fino al 2007. Per alcuni anni è consulente collaboratore della Provincia di Pesaro e Urbino, all'Assessorato alla Formazione, e docente in corsi di formazione per apprendisti, disoccupati e carcerati. Nel 2003, e fino al 2015, viene incaricato di coordinare il Progetto Memoria della CGIL di Pesaro, e a collaborare all’Archivio storico CGIL. Nel frattempo, si dedica all’ARCI e con altri alla costituzione dell’AUSER e Filo d’Argento di Urbino, dove sta ancora operando.