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Registo de autoridade
MdM_IT_E_00104 · Pessoa coletiva · 1956-

La Federazione italiana dei lavoratori del legno, dell'edilizia e delle industrie affini si forma nel 1956 con l'unificazione della Federazione italiana lavoratori edili e affini con la Federazione dei lavoratori del legno, boschivi e varie.

Sindacato nazionale scuola
MdM_IT_E_00105 · Pessoa coletiva · 1967 -

La storia del sindacato dei lavoratori della scuola è molto complesso e accanto ai sindacati Confederali aderenti alla Cgil, Cisl e Uil sono attivi negli anni molti sindacati autonomi.
Con il Congresso fondativo, il 28 aprile 1946 nasce la Federazione italiana della scuola (Fis) che comprendeva i lavoratori della scuola di ogni ordine e grado, dopo la scissione del 1948 la Fis esce dalla Cgil.
Nel 1967 per iniziativa di un gruppo di insegnanti si riuniscono nuclei autonomi e a dicembre ad Ariccia si tiene l'Assemblea costitutiva del Sindacato scuola Cgil, in cui vengono eletti un Comitato nazionale e una Segreteria provvisori.
Nel 1968 e 1969 si animano le proteste con scioperi per l'assistenza sanitaria diretta e il riassetto di carriere e retribuzioni e in questa fase si sviluppa la fase costituente del sindacato scuola Cgil, con l'estensione sul territorio della rete dei gruppi promotori, nei quali prevalgono gli insegnanti medi e nuclei di "non docenti". Il 17-20 dicembre 1970 si tiene il I Congresso del Sindacato Nazionale Scuola Sns-Cgil e il 23-26 maggio 1974 il II Congresso (a Pesaro il 30 aprile).

Lotta continua
MdM_IT_E_00107 · Pessoa coletiva
Sindacato italiano unitario lavoratori polizia - Siulp
MdM_IT_E_00111 · Pessoa coletiva · 1980 mag. 4 -

Il Sindacato Italiano Unitario dei Lavoratori di Polizia (SIULP) nasce come punto d'arrivo di un percorso iniziato intorno al 1970, quando gli appartenenti al Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza avviano un Movimento per la smilitarizzazione, la riforma e la sindacalizzazione del Corpo. I promotori cercano fin da subito il collegamento con CGIL, CISL, UIL e con i partiti politici, ponendo alla base l'esigenza di evitare strumentalizzazioni e rivendicando la rinuncia al diritto di sciopero per non compromettere l'efficienza del servizio. Dopo le prime riunioni pubbliche del 1974 – a luglio a Roma, e a dicembre all'Hotel Hilton con la prima Assemblea nazionale – il Movimento si dotò di un Comitato nazionale di coordinamento, composto dai segretari generali di CGIL, CISL, UIL e da otto poliziotti. La svolta arrivò nel 1976, quando il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga autorizzò il personale a riunirsi in comitati per discutere la riforma. Il 4 maggio 1980, al cinema Adriano di Roma, venne adottato lo Statuto che sancì ufficialmente la nascita del SIULP, e pochi mesi dopo, nell'aprile 1981, entrò in vigore la legge n. 121 di riforma dell'ex Corpo delle Guardie di P.S., che istituisce la Polizia di Stato come amministrazione civile, riconoscendo ai suoi appartenenti i diritti sindacali con l'esclusione del diritto di sciopero. Il I Congresso nazionale, tenutosi a Roma dal 24 al 27 luglio 1982, celebra la nascita del sindacato con circa 40.000 iscritti. Nel primo periodo post-congressuale, il sindacato si dedicò all'assestamento organizzativo e alla costruzione della piattaforma rivendicativa. Dopo un anno di mobilitazioni, nel 1983 venne approvato il primo Contratto nazionale di lavoro, cui seguì, nel 1984, l'accordo sulla contrattazione decentrata che assegna un ruolo alle strutture territoriali. Il 1987 vide il SIULP in prima fila nella manifestazione contro il terrorismo al Teatro Brancaccio di Roma.
Il terzo Congresso, tenutosi a Chianciano nel giugno 1991, celebrò il decennale della riforma e registrò un sindacato che rappresentava oltre la metà dei lavoratori di polizia sindacalizzati; in quella sede venne rilanciata con forza la battaglia per il Comparto Sicurezza e per un effettivo coordinamento tra le diverse forze di polizia. L'anno successivo, le stragi di Capaci e via D'Amelio videro il SIULP in prima linea nella mobilitazione antimafia, mentre una sentenza della Corte Costituzionale, che equiparava i sottufficiali dei carabinieri agli ispettori di Polizia, creava gravi sperequazioni, prontamente affrontate dal sindacato che ottenne il riequilibrio con la legge n. 216 del 1992 e si oppose all'istituzione di un Segretariato generale della P.S. che avrebbe ridimensionato il Dipartimento. Il 1994 si apre con le battaglie per il riordino delle carriere e per il Comparto Sicurezza, con una grande manifestazione nazionale a Roma a cui partecipano 20.000 lavoratori del Comparto. La mobilitazione porta al Decreto legge n. 195 del 1995, che definisce il nuovo sistema di relazioni sindacali del Comparto Sicurezza, al Decreto legge n. 197 del 1995, che riordina le carriere non direttive degli apparati di polizia, e infine al primo contratto nazionale del Comparto Sicurezza, nel luglio dello stesso anno. Il III Congresso nazionale del giugno 1996 a Chianciano, pone al centro la contrattazione di secondo livello e la riforma delle pensioni per la Polizia di Stato, avviando una mobilitazione che si conclude con una grande manifestazione a Roma il 30 aprile. Nel 1998 il SIULP organizza un importante convegno sulla dirigenza della Polizia di Stato, affrontando per la prima volta in modo organico il problema del rafforzamento del ruolo dei dirigenti; e nello stesso anno il sindacato si confronta con la legge di sanatoria dell'immigrazione clandestina, nuova emergenza per l'ordine pubblico.
Nelle Marche e a Pesaro, il SIULP ha un radicamento significativo, inizialmente legato alla CISL, che forniva spazi e contatti organizzativi. Il primo segretario provinciale a Pesaro è Fausto Stefani, poi subentra Alessandro Camilletti. Figura di rilievo è Mariano Giancarli, assistente capo in servizio alla DIGOS, che raccoglie e conserva la documentazione sindacale locale. Negli anni Ottanta, l'Amministrazione favorisce la nascita del sindacato autonomo SAP, inviando a Pesaro il segretario generale Carmine Fioriti, che riesce a creare una sezione locale, fino ad allora assente. Nel 1999, lo spostamento a destra del SIULP porta a una scissione interna del sindacato unitario e alla fondazione da parte della CGIL del SILP. A Pesaro, Lido Scalpelli e Aroldo Tagliabracci danno vita al SILP (Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia), che però rimane numericamente minoritario rispetto al SIULP e al SAP. A livello regionale, c’è una presenza prevalente della UIL a Macerata, mentre ad Ancona il SIULP è radicato tra il personale delle volanti.

Partito di Unità proletaria - PDUP
MdM_IT_E_00112 · Pessoa coletiva · 1972 - 1974

Partito politico italiano di sinistra radicale fondato nel dicembre 1972 mediante la confluenza di due distinti soggetti politici, il Nuovo Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP) e Alternativa Socialista. Nel 1974 si fonde con il gruppo del Manifesto divenendo il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo.

Funzione pubblica - Fp
MdM_IT_E_00117 · Pessoa coletiva · 1980 apr. 14 -

Il sindacato della Funzione Pubblica (FP) viene istituito con il Congresso di Rimini del 14-18 aprile 1980, unificando i lavoratori del pubblico impiego, della sanità privata e del settore socio-sanitario educativo. Primo segretario generale è Giuseppe Lampis, sostituito già nel 1981 da Aldo Giunti.
Le origini risalgono al 1945, quando si costituì la Federazione nazionale dipendenti statali (FNDS). Nel 1955, con il Congresso di quell'anno, il sindacato degli enti locali e quello degli ospedalieri si fusero nella Federazione nazionale dipendenti enti locali e ospedalieri (FNDELO), che negli anni successivi ampliò progressivamente le proprie competenze e il proprio ambito di rappresentanza, fino a trasformarsi nella Federazione lavoratori enti locali e sanità (FLELS). Per tutto questo periodo, rimasero comunque ben distinti tre grandi raggruppamenti: gli enti locali, gli ospedalieri, e il settore della nettezza urbana con le aziende municipalizzate. Fu proprio la necessità di superare questa frammentazione e di dare unità a un mondo del lavoro in profonda trasformazione a portare, nel 1980, alla nascita della Funzione Pubblica, che raccolse e ricompose quelle diverse tradizioni in un unico soggetto sindacale.
Negli anni successivi, il sindacato si impegnò su diversi fronti: già nel 1982 la FP nazionale avviò le prime iniziative per l'applicazione della riforma sanitaria, intervenendo con proposte sul prontuario terapeutico. A metà degli anni Ottanta, il sindacato si fece promotore di proposte sull'occupazione e sulla riforma degli accessi nella pubblica amministrazione, mentre sul finire del decennio seguì con attenzione la legge finanziaria e le norme sulla spesa sanitaria e sull'occupazione negli enti locali.
Nelle Marche e a Pesaro, la FP ha un radicamento profondo e precoce, ereditato dalle precedenti federazioni. Già nel 1977, la Federazione provinciale lavoratori Enti locali e sanità tenne il proprio Congresso a Pesaro, alla Casa del popolo di Muraglia. Il 5 giugno 1981 si tenne il primo Congresso della Funzione pubblica del comprensorio pesarese, che elesse il proprio Direttivo. L'attività locale si concentrò sulla difesa dei livelli occupazionali e sul miglioramento delle condizioni di lavoro, come testimoniano le numerose vertenze per la mobilità e la salvaguardia dei posti di lavoro nelle amministrazioni locali e nella sanità, seguite con costante attenzione dalla segreteria territoriale. Nel corso degli anni Novanta e Duemila, il sindacato si confrontò con le riforme del pubblico impiego e le privatizzazioni dei servizi, mantenendo una presenza capillare sul territorio attraverso le assemblee congressuali di base, le elezioni delle RSU e un'intensa attività di tutela individuale documentata da iscrizioni, deleghe e pratiche di disoccupazione.

Federbraccianti
Pessoa coletiva

La Federbraccianti si costituisce a Ferrara al Congresso che si tenne dal 25 al 29 gennaio 1948. La Federbraccianti era uno dei quattro sindacati aderenti alla Confederterra, nata a Bologna nell'ottobre del 1946, subentrata alla Federterra che, dal 1901 al 1945, aveva riunito tutti i lavoratori dell'agricoltura. La Federbraccianti rappresenta gruppi del proletariato agricolo come gli avventizi, le mondariso e i salariati fissi. Le forme di lotta adottate nel secondo dopoguerra si intrecciano con la lotta politica facendo pressione sui governi per riformare i metodi di distribuzione del lavoro e per contrastare il caporalato. Dopo la scissione sindacale, nel 1948, il governo attraverso fenomeni di clientelismo favorisce la crescita del sindacato cattolico e la Federbraccianti spinge per forme di resistenza a oltranza, arrivando al boicottaggio degli uffici del lavoro e l'elezione diretta dei collocatori. Queste azioni porteranno al contrasto con la CGIL di Di Vittorio che nel 1949, scavalcando la Federbraccianti, troverà un accordo con il Governo. La Federbraccianti riuscì a imporre il diritto di trattare a livello nazionale per estendere le conquiste normative delle aree territoriali più forti agli operai agricoli di tutto il paese. Nel 1949 si ha il primo accordo nazionale, seguito dal Patto nazionale per i braccianti del 1950 e quello per i salariati fissi del 1951. Nonostante I primi accordi nazionali non segnino avanzamenti significativi, rappresentano comunque il riconoscimento formale della forza del sindacato in un periodo storico che vede la repressione degli scioperi con le armi e che causano nell'arco di pochi anni, dal 1945 al 1954, 109 morti, 148.269 arresti e 61.234 condanne. Lo sforzo del sindacato e del Partito comunista fu quello di contenere la violenza nella lotta politica e sindacale.

Sindacato provinciale professori d'orchestra di Pesaro
Pessoa coletiva

Il Sindacato nazionale dei professori d'orchestra si costituisce a Firenze con il Congresso del 1946, fissa la sede a Roma insieme alla Federazione italiana lavoratori dello spettacolo (Fils-Cgil) a cui è affiliato. Nel primo congresso viene decisa la costituzione di un albo professionale per comprendere i professori d'orchestra stabilendo i criteri per l'ammissione. Viene anche stabilito che il collocamento venga sottoposto al controllo del Sindacato provinciale. Le prime carte del Sindacato provinciale professori d'orchestra di Pesaro, risalgono a un registro di cassa del 1947 e nel 1948 si fa riferimento alla "Cooperativa lavoratori dello spettacolo Pesaro" . Il Sindacato provinciale professori d'orchestra si occupa del collocamento degli orchestrali su richiesta di Teatri e Enti lirici e stipula i contratti. La Legge n. 264 del 1949 introduce un cambiamento e vieta espressamente l'esercizio della mediazione e successivamente, in considerazione delle particolari esigenze di lavoro nel mondo dello spettacolo, il D.P.R n. 2053 del 1963 istituisce gli Uffici speciali alle dipendenze del Ministero del lavoro e previdenza sociale che diventando l'unico tramite per il collocamento. Questa norma è contestata e nella relazione presentata al Congresso nazionale Fils del 29 ottobre 1959 si sottolinea come "l'aver sottratto completamente alla naturale competenza sindacale l'avviamento al lavoro nel settore dello spettacolo" sia la causa dell'inadeguatezza dell'Ufficio speciale a valutare le competenze necessarie per l'esercizio della professione. Nonostante le riforme normative il Sindacato provinciale di Pesaro si occupa del collocamento fino a tutto il 1957. I primi contratti presenti nel Fondo risalgono al 1955 e sono firmati per il Sindacato dal Prof. Enzo Lupi. La Segreteria provinciale è affidata al violoncellista Alfredo Lancione coadiuvato dalla violinista Jole Angelotti.

Federazione Italiana dipendenti aziende credito - Fidac
Pessoa coletiva · 1944 mag. 13 - 1983 dic.

Una prima organizzazione dei bancari nasce a Bari nel maggio del 1944 con l'obiettivo di riunire tutti i sindacati nati in Italia nei diversi Istituti bancari. Dopo il Patto di Roma, del giugno 1944, il primo passo della Cgil fu quello di riconoscere il Sindacato nato a Bari, e il 3 novembre 1944 si costituisce la Federazione italiana dipendenti aziende di credito (Fidac). Il nuovo sindacato parteciperà al Congresso unitario della Cgil a Napoli a gennaio 1945.
Il Congresso fondativo della Fidac si svolge a Bologna dal 26 al 2 febbraio 1947, in quella sede venne approvato lo Statuto e definita la piattaforma contrattuale. Dopo la scissione del 1948 in un primo momento la componente cristiana decide di rimanere nella Fidac, ma a dicembre 1948 ci sarà la scissione e la componente democristiana formerà la Federazione autonoma bancari italiani (Fabi). Al Congresso del 1949 gli iscritti subirono una perdita significativa passando da 56.000 a 24.500 e calando ancora nel 1950, per un'inversione di tendenza si dovrà aspettare la metà degli anni Sessanta. Nel IX Congresso, la FIDAC-CGIL inizia a riflettere sul ruolo della categoria e sull’aggregazione inevitabile fra settori similari. Si avvia così il percorso che si concluderà nel dicembre 1983 a Roma, con il Congresso che deciderà l’accorpamento delle categorie dei bancari, degli esattoriali, degli assicurativi e dei lavoratori della Banca d’Italia: nasce la FISAC-CGIL.

Democrazia cristiana - DC
MdM_IT_E_00124 · Pessoa coletiva · 1942 dic. 15 - 1994 gen. 18

La ricostruzione del partito cattolico avviene tra il 1942 e il 1943, attorno ad ex dirigenti del Partito popolare come Alcide De Gasperi, Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Pietro Campilli e a giovani cattolici come Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti. La Democrazia Cristiana che aderisce al CLN e partecipa alla lotta di liberazione antifascista. La DC propugnava nel suo programma la democrazia parlamentare e l’autonomia politica e amministrativa degli enti locali, mentre difendeva i valori e il ruolo della famiglia e rivendicava la libertà dell’insegnamento privato; sul piano sociale si impegnava a limitare l’accentramento della ricchezza capitalistica e a sostenere la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. La DC, partito interclassista e popolare, la cui matrice cattolica si accompagnava a una visione della politica sostanzialmente laica, si configura subito come forza di governo e di centro, costruendo la propria base soprattutto tra le masse contadine, i ceti medi e la borghesia imprenditoriale, mentre sul terreno ideologico si pose come forza avversa a ritorni reazionari e alla minaccia totalitaria del comunismo. Il partito partecipa ai governi Badoglio, Bonomi e Parri, finché nel dicembre 1945 viene varato il primo gabinetto De Gasperi. Tendenzialmente repubblicana (I Congresso, 1946), la DC ottiene la maggioranza relativa all’Assemblea costituente; problemi interni, riguardanti le scelte della ricostruzione, e internazionali (l’inizio di una fase di tensione fra USA e URSS) spingono De Gasperi a liquidare la formula di governo che aveva guidato i primi passi del dopoguerra, fondata sull’alleanza con socialisti e comunisti, e a inaugurare l’epoca del centrismo (1947-60). Questa scelta sortisce il successo delle elezioni del 1948 che vedono assegnata alla DC la maggioranza assoluta dei seggi. La seconda legislatura (1953-58) fu caratterizzata dalla prevalenza di Iniziativa democratica, sulle cui posizioni convergeva la corrente di Base, e sanzionata dal V Congresso (1954) che elesse Fanfani segretario. Nel 1958 Fanfani forma un governo DC-PSDI che suscita la spaccatura della sua corrente e opposizioni interne tali che è costretto a dimettersi sia dalla presidenza del Consiglio che dalla segreteria del partito. Nuovi equilibri interni portano poi nel 1959 alla segreteria di Aldo Moro, convinto dell’esaurimento della politica centrista ma meno propenso di Fanfani a forzare i tempi. Nel 1963 Moro forma il primo governo organico di centrosinistra. Seguono anni di instabilità politica (6 governi fra il 1968 il 1972), accentuata da quei fenomeni, come il movimento degli studenti che, segnalando un profondo bisogno di rinnovamento nella società civile e politica, contribuiscono a minare il quadro politico. I nuovi fermenti segnavano la fine del collateralismo politico-religioso, per cui alla DC era tradizionalmente riconosciuta la rappresentanza del mondo cattolico. La strategia della DC in questi anni non è univoca: se l’XI Congresso (1969) affianca al segretario Piccoli il presidente Zaccagnini, espressione delle aspirazioni di rinnovamento, alle presidenziali del 1971 i parlamentari della DC preferiscono, al candidato ufficiale Fanfani, Giovanni Leone, eletto con l’appoggio della destra, per giungere infine alla liquidazione del centrosinistra e alla riedizione del centrismo (1972-73). Al XII Congresso (1973), un accordo tra le correnti sancisce la riedizione del centrosinistra e la segreteria Fanfani, che utilizza la ricostituita unità interna nella perdente campagna referendaria per l’abrogazione della legge sul divorzio (1974). Con la segreteria Zaccagnini (1975) riprende vigore la linea di Moro, descritta come "strategia dell’attenzione" verso il PCI, che viene confermata dal XIII Congresso nel 1976. Nelle elezioni politiche anticipate del 1976 il 34,4% di preferenze avuto dal PCI (la DC ottenne il 38,8%) impone un’accelerazione del confronto fra i due maggiori partiti italiani. La soluzione concordata concepisce i 2 governi monocolore Andreotti (luglio 1976 - marzo 1979) detti di "solidarietà nazionale": il primo con l’astensione di PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, e il secondo – inaugurato il giorno del rapimento di Moro da parte delle Brigate rosse, 16 marzo 1978 – con il voto favorevole di PCI, PSI, PSDI, PRI e Democrazia nazionale. Con la crisi del secondo governo di solidarietà nazionale si chiude il periodo dell’attenzione verso il PCI. In via di esaurimento il terrorismo, dopo la pubblicazione di documenti sulla loggia massonica P2 nel 1981, viene sollevata dall’opposizione, specie comunista, la "questione morale", cioè la critica di gravi distorsioni dei meccanismi del potere interpretate come conseguenza del mancato ricambio della classe di governo.
La DC cede nel giugno 1981 la presidenza del Consiglio con i governi Spadolini, e il congresso del 1982 elegge segretario Ciriaco De Mita, esponente della sinistra, col mandato di "moralizzare" alcuni settori del partito e renderlo più permeabile alle trasformazioni della società. Nelle elezioni anticipate del 1983 la DC arretra vistosamente (32,9%), ed emerge come contestatore dell’egemonia democristiana il PSI, cui la DC lasciò la guida del governo (gabinetti Craxi, 1983-87). De Mita viene confermato alla segreteria nel 1984 e nel 1986 e dal 1988 è anche presidente del Consiglio. Al congresso del 1989 una maggioranza sfavorevole a De Mica (e meno ostile verso il PSI) guidata da Giulio Andreotti, Antonio Gava e Arnaldo Forlani, elegge quest’ultimo alla segreteria. Nel 1991, con il passaggio all’opposizione del PRI, emergono nuovi fermenti anche nel mondo politico tradizionalmente legato alla DC. Le elezioni politiche anticipate del 1992 vedono la DC scendere ancora al 29,7%. Il partito viene travolto da tangentopoli e nel 1994 finisce per dividersi in una serie di formazioni minori.

Federazione italiana lavoratori chimici e affini - Filcea
Pessoa coletiva

La Federazione italiana lavoratori chimici e affini (Filcea) ha origine nel 1968 dalla fusione della Federazione italiana lavoratori chimici e petroliferi (Filcep, istituita nel 1960 dall'accorpamento di funzioni della Federazione italiana lavoratori chimici-Filc e il Sindacato dei lavoratori dell'industria petrolifera-Silp) con la Federazione italiana lavoratori ceramica elettronica vetro e abrasivi (Filceva).
Il sindacato di riferimento per i lavoratori delle aziende del chimico della provincia di Pesaro e Urbino è dal 2010 la Federazione italiana lavoratori chimica tessile energia manifatture (Filctem-Cgil), nata dalla fusione di sindacati relativi all'energia, gas e acquedotti (Fnle) con il sindacato dei chimici, vetrai, abrasivi, petroliferi (Filcea) e il tessile manifatturiero (Filtea).

Sansoni
Pessoa coletiva
Paravia
Pessoa coletiva
Est
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Lucca
Pessoa coletiva
Radio Londra
Pessoa coletiva
Comune di Porchia
Pessoa coletiva

Anche il territorio di Porchia è abitato fin dall’antichità, esistendo testimonianza della presenza di necropoli sia picene che romane ma la fondazione vera e propria risale al IV secolo, durante le invasioni barbariche; il borgo prende il nome di Porcia. Nel 1291 il Papa ascolano Niccolò IV attribuisce al castello la prima forma di autonomia, ammettendolo all'elezione del podestà, di lì a poco Porchia entra a far parte dei castelli di Ascoli la quale offre a sua volta aiuto militare al castello. Di questo status la frazione reca tuttora traccia, con la partecipazione della sua rappresentanza alla Quintana di Ascoli Piceno. Nel 1377, il più spavaldo, valoroso ma anche crudele dei signori ghibellini, Boffo da Massa realizza una piccola signoria al confine tra gli stati di Fermo e di Ascoli Piceno costituita da Carassai, Castignano, Cossignano e Porchia. Nel 1380 Antonio di Acquaviva della famiglia dei duchi di Atri, fece prigioniero Guarniero, figlio di Boffo e lo rinchiuse nel carcere di Santa Vittoria minacciando di ucciderlo se il padre non gli avesse consegnato i castelli di Porchia e Cossignano. Il 4 settembre 1387 Boffo da Massa viene ucciso a Carassai. Cossignano, il giorno dopo la morte del Tiranno, e Porchia, il giorno successivo, si confederarono con Fermo. Nel 1586 il motaltese papa Peretti, Sisto V, elevando a sede vescovile la sua città, ne ricaverà il territorio dalla diocesi ripana, scorporandone anche Porchia. Il primo vescovo di Montalto, Paolo Emilio Giovannini, è nativo del castello e i fornaciai porchiesi forniscono i mattoni per la costruzione della nuova cattedrale.Il comune di Porchia cessa di esistere nel 1861, sopraggiunta l’Unità d’Italia e accorpato definitivamente al comune di Montalto delle Marche.

Comune di Montalto delle Marche
Pessoa coletiva

Come molti comuni dell’entroterra marchigiano, Montalto vanta testimonianze relative alla presenza dell’uomo addirittura risalenti al periodo Neolitico, diversi insediamenti abitativi di epoca romana, protostorica e medievale. Nell’alto medioevo Montalto acquisisce una sua propria identità dalla fusione di cinque piccoli castelli, Monte Patrizio, La Rocca, Montaltello, San Giorgio e San Lorenzo, avvenuta intorno al IX secolo e non dipende da nessuna diocesi. Sono i monaci farfensi, insediatisi sul Matenano, che hanno giurisdizione su Montalto fino al 1300 quando diventa libero comune e nel 1320 la comunità fa redigere il primo Catasto, strumento molto utile per ricostruire la vita della popolazione all’epoca. Dopo aver subito l'occupazione di Francesco Sforza nella prima metà del quattrocento Montalto subì un terribile saccheggio nel 1518 dalle truppe di Francesco Maria Della Rovere duca di Urbino in guerra con il papa Leone X Medici. Nel 1585 fu eletto al soglio pontificio Felice Peretti, montaltese, che nel dicembre 1586 elevò Montalto a città vescovile e capoluogo di un’ampia circoscrizione amministrativa, il Presidato comprendente i comuni di Patrignone, Porchia, Montedinove, S. Vittoria, Castignano, Offida, Cossignano, Ripatransone, Rotella, Montefiore, Montegallo, Montelparo, Force. Il Presidato rimase attivo fino all'arrivo dei francesi nel 1798 quando Montalto fu capo cantone del Distretto del Dipartimento del Tronto, mentre con la Restaurazione entrò a far parte della Delegazione di Ascoli, Distretto di Montalto, come comune residenza di Governatore. Infine con l'Unità d'Italia rimase all'interno della provincia di Ascoli Piceno come capoluogo di mandamento e nel 1867 ottenne l'annessione dei Comuni di Patrignone e Porchia.

Congregazione di Carità di Montalto delle Marche
Pessoa coletiva

La legge del 3 agosto 1862, n.753 e il relativo regolamento attuativo contenuto nel regio decreto 27 novembre 1862 n. 1007 istituirono presso ogni comune del Regno una Congregazione di carità allo scopo di amministrare i beni destinati a beneficio dei poveri e le opere pie la cui gestione fosse stata affidata dal consiglio comunale. La legge conteneva una disciplina articolata dei vari istituti assistenziali e caritativi, religiosi e laici, che il Regno d'Italia aveva ereditato dagli Stati preunitari e designava con i termini di "opera pia" o "istituzione di assistenza e beneficenza" un ente morale che aveva come fine quello di "soccorrere le classi meno agiate, (...) di prestare loro assistenza, educarle, istruirle ed avviarle a qualche professione". La legge del 1862 non si propose la creazione di un sistema pubblico di assistenza ma preferì riconoscere le istituzioni già esistenti, principalmente di carattere ecclesiastico, e delegò loro le relative funzioni accentuando invece la visione "localistica" di questo sistema, che assegnava alle amministrazioni locali un ruolo fondamentale di controllo e di gestione. La "legge Crispi" (17 luglio 1890, n. 6972) può essere considerata la prima norma organica in materia di assistenza e beneficenza pubblica; essa ridefinì in maniera più sistematica le finalità e l'organizzazione delle Congregazioni di carità, al cui controllo furono sottoposte le istituzioni pubbliche di assistenza con una rendita inferiore a 5000 lire annue e prive di propri organi di amministrazione, e quelle esistenti nei comuni con popolazione inferiore ai 10000 abitanti. La legge prevedeva che le Congregazioni fossero amministrate da un comitato, composto da un presidente e da un numero variabile di membri ed eletto dal consiglio comunale, mentre la funzione di tesoriere era affidata all'esattore del comune. Con la "legge Crispi" le opere pie (ospedali, ospizi, orfanotrofi, monti di maritaggio, asili d'infanzia, scuole gratuite, monti frumentari, confraternite, cappelle laicali, ecc.) furono ricondotte pienamente nell'ambito del diritto pubblico, allo scopo di ridurre le irregolarità di gestione e rendere più incisivo il controllo statale. Le Congregazioni di carità furono soppresse con legge 4 giugno 1937 n. 847 per essere sostituite dagli Enti comunali di assistenza. La Congregazione di Carità di Montalto fu attiva già dal 1866 (come si può dedurre dal primo registro delle deliberazioni datato 31 ottobre 1866) ma si dota di uno statuto organico e di un regolamento in data 26 luglio 1892 in forza del decreto del Regio Commissario delle province delle Marche (24 ottobre 1860) e della legge 17 luglio 1890. Essa si compone di un Presidente e di quattro membri la cui nomina e surroga viene fatta dal Consiglio Comunale; il suo scopo è amministrare i beni destinati genericamente a favore dei poveri, compresa la loro assistenza, educazione ed istruzione. La Congregazione gestisce e dirige le seguenti Opere Pie: 1-    Opera Pia Biondi (1/10/1614) doti a nubili povere di onesta condotta; 2-    Opera Pia Pasqualini (8/7/1847) elemosina ai poveri il giorno di Natale di ogni anno; 3-    Monte di Pietà (10/7/1613) prestiti in denaro ai poveri in cambio di pegni e al tasso del 3% all’anno; 4-    Cassa di Prestanze agrarie (8/4/1886) prestiti in denaro con tasso al 3% annuo per favorire l’agricoltura; 5-    Opera Pia Mancini (11/12/1863) sussidi a domicilio ai malati poveri di Patrignone; 6-    Opera Pia Peretti (3/8/1629) pane ai poveri di Montalto ed erezione dell’ospedale; 7-    Monti frumentari di Montalto delle Marche, Porchia e Patrignone, prestiti in grano. In base al suo regolamento interno la Congregazione si avvaleva dei seguenti impiegati: -          Un segretario eletto dalla Congregazione o per concorso o per nomina; -          Un tesoriere – esattore (svolgeva anche la funzione di cassiere della Cassa di Prestanze agrarie e quella di montista del Monte dei Pegni); -          Tre custodi dei Monti Frumentari (Montalto, Porchia e Patrignone) eletti dalla Congregazione; -          Un inserviente nominato dalla Congregazione. Nel 1895 si concentrarono nella Congregazione anche le seguenti Opere Pie: -          Opera Pia Amadio (dotalizi ed elemosine), -          Opera Pia Gabrielli (dotalizi ed elemosine per Patrignone), -          Pio Lascito Fioroni (ospedale da erigersi a Porchia), -          Lascito Graziani (soccorsi a domicilio a malati poveri), -          Legato Vagnoni (ospedale da erigersi a Porchia), -          Opera Pia Cherubini (sussidi e medicinali agli infermi di Montalto), -          Lascito Mignucci (ospedale da erigersi a Montalto), -          Opera Pia Pellei (borse di sussidio agli studi). Nello stesso anno vennero trasformate per costruire l’ospedale di Montalto l’opera pia Peretti, l’opera pia Pasqualini, l’opera pia Mancini, il dotalizio Amadio, il lascito Fioroni e i tre Monti Frumentari (ma metà del loro patrimonio andò alla Cassa delle Prestanze agrarie). La storia archivistica del materiale della Congregazione di Carità sembra avere seguito le vicende della sua costituzione dei vari concentramenti e trasformazioni: il materiale è stato suddiviso fra registri e buste proprie della Congregazione di Carità e buste di amministrazione e registri di contabilità delle varie opere pie. Questo ordinamento è stato adottato intorno al 1908-1911 a seguito di una richiesta esplicita della Giunta Provinciale Amministrativa dato il pessimo stato in cui versava l’archivio della Congregazione; l’ordine è stato ricostruito grazie al ritrovamento all’interno di un faldone di una “Rubrica degli atti d’archivio”. L’unica anomalia riscontrata fra questa rubrica e la numerazione dei pezzi riguarda il Pio Istituto Sacconi, probabilmente perché inizialmente risultava autonomo rispetto alla Congregazione in quanto dotato di rendita annua superiore a £ 5000 ma fu poi amministrato per un certo periodo dalla stessa. A seguito di una lunga controversia legale fra u due enti ritornò ad essere autonomo e , probabilmente, per questo la numerazione dei suoi pezzi riparte dal 1 a 11 diversamente da quanto riportato nella rubrica ( da 44 a 53).

Pettinari, Rolando
MdM_IT_P_00485 · Pessoa singular
Viciani, Alessandro
MdM_IT_P_00491 · Pessoa singular · 1914 lug. 1 -

Segretario nazionale Federazione braccianti.

Agostini, Luigi
MdM_IT_P_00511 · Pessoa singular · 1940 nov. 21 - 2022 mag. 16

Luigi Agostini nasce a San Sisto, frazione di Piandimeleto, il 21 novembre 1940. La famiglia è di estrazione contadina; i genitori sono piccoli coltivatori diretti, possiedono e lavorano un podere nell’Alto Montefeltro, «terra dalla luce unica». Come ricorda lo stesso Agostini in una sua testimonianza, essi erano «per storia e ‘istinto’ […] forse gli unici coltivatori diretti comunisti della zona», considerando la marcata egemonia delle organizzazioni cattoliche della Bonomiana, «che faceva leva proprio sulla questione della proprietà per instillare nei piccoli proprietari un’avversione viscerale contro le idee comuniste». Agostini aderisce al Pci nel 1958 in un frangente come quello a ridosso degli anni Sessanta, in cui la presenza e il radicamento comunista ne facevano «una forza organizzata, ed un modello di organizzazione, senza pari, ineguagliabile: il Pci aveva sui quarantamila iscritti, la Fgci sui cinquemila iscritti, sui trecentomila abitanti della provincia». Egli cresce in una realtà familiare connotata da un interesse totale per la politica. Come ricorda il futuro dirigente sindacale: «nella mia famiglia si parlava sempre e soprattutto di politica; anche la piccola comunità della frazione in cui abitavo parlava quasi sempre di politica; ancora ricordo le discussioni, dopo aver sentito Radio Praga, fra questi uomini distrutti dalla fatica della giornata, sulle vicende di Coppi e Bartali al giro di Francia, e insieme sulla bontà o meno della decisione di Mao di ordinare a Lin Piao di attraversare lo Yangtze per dare l’ultima spallata al regime di Chiang Kai-shek». Una prima svolta nel percorso di vita di Agostini è determinata dalla scelta di continuare gli studi per l’insistenza del maestro elementare con i famigliari. Era un ragazzo che leggeva tutto ed imparava, sosteneva il maestro. Fu il nonno ad avere l’ultima parola – ricorda il futuro sindacalista – la famiglia avrebbe potuto fare il sacrificio di farlo studiare (privandosi del lavoro di un giovane nei campi), solo «alla condizione che io studiassi per poter meglio difendere le loro idee». Successivamente, frequenta il collegio a Sassocorvaro e il Liceo classico Mamiani a Pesaro dove era l’unico nelle sue classi a dichiararsi apertamente comunista e dove apprende che la politica deve basarsi sulla cultura «per non ridursi a semplice maneggio, intrigo, scalata personale, [o] a risultare ininfluente». Al Liceo trova nel professore di Storia e Filosofia, Aldo Giunchi, un formatore eccezionale. Nel 1967 si laurea in Scienze Politiche, con una tesi intitolata Il ruolo del consumo nelle economie pianificate, presso l’Università La Sapienza di Roma. Nello stesso anno entra nella Camera del Lavoro di Pesaro, voluto da Elmo del Bianco, con l’incarico di organizzare, non senza qualche benevola diffidenza, l’Ufficio Studi e già nello stesso anno è incaricato di riorganizzare come segretario provinciale la Fiom, ruolo che ricopre fino al 1972, mentre dal 1970 al 1974 è membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale. Sul versante del Partito, invece, Agostini entra nel Comitato federale della Federazione comunista nel 1968. Di Elmo Del Bianco ricorda un insegnamento indimenticabile: «ricorda sempre, Gigi, che quando tra un operaio ed un intellettuale scocca la scintilla, quella è dinamite». La connotazione politico-culturale della Cgil, come del Partito, in parte ancorata alla congiuntura post-resistenziale e all’insediamento prevalentemente rurale, era nettamente al di sotto di ciò che sarebbe stato necessario sul versante della contrattazione industriale, da cui seguiva che le rivendicazioni di categoria, in quanto soggetto su cui far leva per strappare conquiste e diritti, pur nel quadro di un’azione sindacale di ampio respiro e con un afflato generale, erano scarsamente valorizzate. Agostini ricorda ancora che la quasi unica manifestazione provinciale che si faceva, ma ritualmente, era quella della Federmezzadri. In tal senso, il passaggio da provincia prevalentemente agricola, a provincia con una base fortemente industriale, non era stato colto in tutte le sue implicazioni né dal Partito né dalla Cgil. Come ricorda Agostini: «la contraddizione hegeliana, per dirla in termini solenni, o se vogliamo di classe, può essere emblematizzata dal fatto che due personaggi di grande spicco del Partito, di spicco per la loro storia e per la loro forza, Pierangeli e Fastiggi, erano allo stesso tempo, i due principali padroni della provincia e nello stesso tempo l’uno presidente della Provincia e l’altro Sindaco del Comune di Pesaro!». A questo proposito, egli ricorda che all’organizzazione sindacale di fatto «mancavano le articolazioni forti delle categorie, tranne la Federmezzadri e la Federbraccianti, che comunque erano più un mondo che una categoria». Alla fine degli anni Sessanta la provincia si era trasformata in un territorio con una rilevante presenza industriale, che sovente assumerà la forma del distretto industriale, e la correlativa formazione di una nuova classe operaia mobile e diffusa. Si potevano contare oltre ventimila nuovi operai su una popolazione della provincia di circa trecentomila abitanti. Nel solo settore del legno, come registrava Agostini in un suo intervento all’VIII congresso provinciale della Fillea (agosto 1973), si era passati da 1.600 addetti nel 1951 ad oltre 10.000 nei primi anni Settanta. Si poneva, dunque, una ‘nuova questione operaia e sindacale’ con problematiche legate a «fuori busta imperanti […]; orari di lavoro senza controllo; inquadramenti professionali concentrati sistematicamente agli ultimi livelli; massiccia evasione contributiva». Si trattava di operare «una vera e propria ‘bonifica’ sindacale che non poteva che andare allo scontro con la situazione sindacale e politica in atto». Si era attuata una trasformazione scarsamente guidata dai governi locali (prevalentemente di sinistra): le zone industriali e artigianali messe a disposizione dai tanti comuni e guidata ancor meno dallo stesso sindacato in cui l’avvento dell’‘autunno caldo’, nel 1969, provocò un’accelerazione anche al suo interno, dove, come ricorda Agostini, «la costruzione della Fiom fu un grande fatto innovativo […] per le forme di democrazia adottate, per la partecipazione che riuscì ad innescare, per la mobilitazione sociale che stimolò, per i contenuti di linea rivendicativa, per le forme di lotta, per l’affermazione di nuovi quadri e delegati». La Fiom, pertanto, in quel frangente si fece portavoce di una nuova classe operaia ‘contagiando’ anche altre presenze operaie. In tutti i settori. Di particolare rilievo, in questi termini, sono le dinamiche rivendicative e le forme di lotta all’interno delle nuove fabbriche per la produzione di macchine per il legno (Morbidelli, IDM, Viet, Valeri, ecc.): i delegati di queste ultime divennero una sorta di avanguardie esportando le lotte in altri ambiti, impegnandosi in assemblee nel mondo della scuola. Come ricorda Agostini: «tutti i sabati mattina eravamo impegnati con il Movimento studentesco in assemblee nelle scuole di Pesaro, persino nel santuario della borghesia pesarese, il liceo classico, a parlare di lavoro, di sfruttamento, di diritti, ‘rubando’ i suoi figli e cercando di portarli dalla nostra parte». La crescita di peso della Fiom si lega poi alla nascita anche nel pesarese della Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm), un’esperienza sindacale unitaria che aveva il suo baricentro nell’affermazione e valorizzazione più ampia del sindacato dei Consigli (i quali avevano preso il posto delle vecchie commissioni) e che avrebbe dovuto trovare, secondo Agostini, nella programmazione del territorio (ad esempio attraverso Consigli di Zona e Comuni) la sua sponda sindacale e istituzionale. Tale esperienza, tuttavia, è ostacolata sia all’interno della Cgil sia del Pci e porta, dopo uno scontro feroce, sia dentro il PCI che dentro la Cgil, a quello che lo stesso Agostini chiamò il suo «esilio politico» alla Fiom di Treviso. Ciò coinvolse a cascata tutte le nuove realtà di delegati e quadri cresciuti nell’‘Autunno indimenticabile’. Infatti, all’interno della Cgil pesarese si era giunti ad una sorta di divisione netta, ad una frattura verticale, tra un’ala sindacale più a sinistra, movimentista e critica del Partito – come dice Agostini: «il Partito risentiva dall’essersi troppo adagiato nella resistenza e nella realtà contadina, antecedente alla grande trasformazione industriale della provincia come d’altra parte il grosso dei dirigenti della Camera del Lavoro, per la quasi simbiosi tra partito e sindacato» – e attenta a valorizzare il nuovo Sindacato dei Consigli, e una più moderata e tradizionale che diffidava del cambiamento indotto dal nuovo ruolo dei consigli di fabbrica, delle forme di mobilitazione sociale e dell’impatto che tale spinta sociale poteva creare negli equilibri politici consolidati nella provincia. Lo scontro interno ha un suo esito con lo spostamento di Agostini, su richiesta della Cgil nazionale e in accordo con la Fiom nazionale, alla segreteria della Fiom di Treviso. Ne segue che dalla fine del 1974 al 1976 Agostini è segretario della Fiom-Cgil di Treviso e per i successivi tre anni segretario della Fiom-Cgil del Veneto e del settore elettrodomestico, che ha nella vicenda Zanussi il suo epicentro. Poi per tre anni è segretario della Fiom nazionale, responsabile della siderurgia. Qui, «la ristrutturazione della grande macchina siderurgica, di cui Bagnoli ne diventa il simbolo, rappresenta la palestra formativa, dopo la Zanussi», del suo percorso di dirigente sindacale. Successivamente, per altri tre anni è segretario della Cgil Veneto fino al 1985 anno in cui accede alla segreteria nazionale in qualità di responsabile dell’Organizzazione della Cgil. Si tratta di un frangente in cui si giunge al collasso dell’URSS e allo scioglimento del PCI. Eventi che segnano profondamente Agostini insieme ad alcuni avvicendamenti in seno alla dirigenza sindacale. Infatti, come ha ricordato recentemente: «uno dei periodi più tristi della mia vita sono stati gli anni [1988] della destituzione di Pizzinato. Nelle guerre intestine ognuno dà il peggio di sé, come avevo sperimentato a Pesaro. Le conseguenze anche personali possono essere amare: la vicenda della destituzione di Pizzinato in combinata con lo scioglimento del Pci a cui sono stato fermamente contrario, mi sono costati due anni e più senza incarico nella CGIL nazionale». In precedenza, la parentesi veneta, soprattutto i primi anni, lo aveva visto a capo di una Fiom in contrasto con l’Autonomia operaia guidata da Antonio Negri in un contesto in cui, tuttavia, la questione strategica restava quella di «rompere con l’interclassismo dominante» tipico di un territorio egemonizzato dalla Dc e dalla cultura cattolico/clericale. L’obiettivo politico di fondo in quella fase, come ricorda Agostini, «stava nel costruire il passaggio da un sentimento anti-padronale molto diffuso ad una concezione più compiutamente anticapitalistica». Pertanto, si doveva «espandere la presenza della Cgil, dopo l’affievolirsi se non lo spegnersi degli effetti espansivi, prodotti dalle vicende esemplari delle grandi lotte che avevano segnato la fase immediatamente precedente la vita della Regione (Marghera, Zoppas, Marzotto ecc.)». Ciò porta Agostini a dedicare una particolare cura agli aspetti e agli strumenti culturali, formativi e organizzativi. Aspetti ritenuti sempre dirimenti per una strategia politica che voglia consolidare, conquistare ed espandere le basi sociali del proprio insediamento. Non a caso le parole che gli rivolse Luciano Lama furono: «in Veneto c’è bisogno di dirigenti come te, di dirigenti di frontiera». Dalla seconda metà degli anni Ottanta fino al 2000 Agostini è attivo, pur tra grandi contrasti, nella segreteria e nel vertice della Cgil nazionale (prima in qualità di responsabile dell’industria, poi della funzione pubblica e infine responsabile delle politiche di cittadinanza con particolare riguardo alle politiche del consumo). Dallo stesso anno è stato responsabile del Centro Studi di Politica Economica (Centro studi che faceva riferimento ai Democratici di Sinistra) e dal 2010 è vicepresidente nazionale di Federconsumatori. È inoltre autore di numerosi articoli e saggi In particolare si segnalano la sua rubrica "Note critiche di Luigi Agostini" in Ticonzero e i suoi interventi ne "Il diario del lavoro", quotidiano on-line del lavoro e delle relazioni industriali e su "Strisciarossa". Rilevanti sono anche due importanti lavori monografici: "Il pipistrello di La Fontaine. Crisi, Sinistra, Partito" e "Neosocialismo" pubblicati da Ediesse nel 2014.
Agostini sintetizza il suo modo d’intendere come fare, inscindibilmente, sindacato e politica rimanendo coerenti con i propri ideali giovanili con queste affermazioni: «mi sono sempre considerato un comunista sindacalista. Ho cambiato ruolo di tre anni in tre anni, evitando il più possibile, la peggior malattia che colpisce gli uomini e le organizzazioni: la burocratizzazione». «Ho avuto la fortuna di incontrare maestri di grande livello». «Ho dato il meglio di me ad una organizzazione di combattimento, la CGIL, casa e scudo per i più sfruttati. Ad altri il giudizio sul mio apporto. Da parte mia posso solo dire di essere sempre stato e sempre sarò fedele agli ideali della mia infanzia e giovinezza».
Muore a Roma all'età di 82 anni il 16 maggio 2022.

Righetti, Giuseppe
MdM_IT_P_00537 · Pessoa singular · 1926 mar. 12 - 2015 mar. 13

Giuseppe Righetti nasce a Pesaro il 12 marzo 1926. Appena diciottenne, nel 1944 si iscrive al Partito d'Azione; partecipa poi attivamente alla campagna elettorale per le elezioni politiche e per il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sostenendo la scelta repubblicana. Al momento dello scioglimento del Partito d'Azione, nel 1947 entra nel Partito Socialista Italiano, del quale è ripetutamente vice-segretario e segretario della Federazione provinciale di Pesaro e Urbino, collaborando attivamente con i massimi dirigenti socialisti nazionali (Nenni, Pertini, Morandi, Basso, Lombardi, Mariotti, De Martino, Brodolini, Corona, Pieraccini, ecc.).
Dal 1951 al 1956 vice-presidente della Fondazione "Gioacchino Rossini" di Pesaro. Dal 1956 al 1975 è vice-sindaco del Comune di Pesaro con i sindaci Fastigi, De Sabbata e Stefanini, svolgendo anche le mansioni di assessore all’edilizia privata. Dal luglio 1969 al 1972 è senatore per il PSI, subentrato in sostituzione di Giacomo Brodolini, deceduto l'11 luglio 1969, svolgendo il ruolo di segretario della I Commissione Affari interni e Costituzionali, e componente della Commissione Sanità. Durante l’attività parlamentare ha un assiduo rapporto di collaborazione con Pietro Nenni, proseguito anche successivamente.
Dal 1975 al 1985 viene eletto consigliere regionale delle Marche per il Partito Socialista Italiano, svolgendo anche l'incarico di Presidente della IV Commissione permanente e di capo gruppo del PSI. Dall’8 settembre 1978 al 18 novembre 1980 è assessore regionale al Bilancio, finanze, formazione professionale, personale, lavoro ed enti locali.
Dal 1986 al 1987 fa parte del consiglio di amministrazione della società SIAI Marchetti del gruppo Agusta (EFIM).
È anche componente del Comitato Regionale di Controllo sugli atti degli enti locali della provincia di Pesaro e Urbino. Per dieci anni è coordinatore regionale nelle Marche dell’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica.
Grazie ad formidabile archivio privato, il sen. Righetti è stato un custode ed un divulgatore della memoria storica del PSI marchigiano e nazionale, con articoli e interventi che riportavano alla luce il ricordo di vicende politiche e amministrative che spesso lo avevano visto protagonista.
È nominato Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria, Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana, a Roma il 27 dicembre 2006, su iniziativa del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi.
Muore a Pesaro in 12 marzo 2015.

Severi, Benito
MdM_IT_P_00536 · Pessoa singular · 1926 feb. 3 - 2013 feb. 5

Benito Severi nasce a Pergola il 3 febbraio 1926. Proviene da una famiglia di estrazione contadina e antifascista con simpatie anarchiche e comuniste. Completa la scuola primaria e successivamente l’avviamento professionale, ma fin dai 12 anni lavora nel piccolo appezzamento di terra dei genitori e dall’età di 16 anni, fino alla Liberazione, saltuariamente presso i mezzadri della zona. Dal 1944 al 1946 lavora come bracciante agricolo presso l’azienda forestale delle Cesane di Fossombrone, territorio comunale dove la famiglia si era spostata. Inizia ad occuparsi di politica nel 1944 e nell’inverno dell’anno successivo aderisce al Pci presso la sezione di Fossombrone. Poco dopo si occupa di stampa e propaganda nella cellula di San Martino al Piano e nel 1946 costituisce e guida una cellula comunista in una località limitrofa. Parallelamente si sviluppa anche la sua militanza nella Cgil dove è segretario della Camera del Lavoro di Fossombrone fino al 1958. In un frangente è anche membro della segreteria provinciale della Federmezzadri e primo segretario della Confederterra del mandamento di Fossombrone. Gli esordi in qualità di sindacalista lo vedono impegnato in serrate lotte a fianco alle filandaie, ai braccianti e ai disoccupati della zona. Come ricorda lo stesso Severi, si trattava di «quasi mille filandaie che lavoravano in cinque stabilimenti». A Fossombrone la lotta viene portata avanti insieme ad Alfio Tinti della corrente cristiana della Cgil (poi leader della Cisl ed esponente politico della Democrazia cristiana) dove si riescono a costituire le prime commissioni interne nelle fabbriche. Lo stesso vale per i braccianti, che subito dopo il periodo bellico raggiungono la cifra di 980 e sono coloro che «con il Comando Forestale e con le stesse amministrazioni locali hanno rimboscato la Cesana». Severi, in quell’occasione, viene eletto per la Cgil (dopo la rottura del fronte unitario con l’uscita della componente cristiana) con l’88% dei voti nella commissione interna. Tuttavia, è grazie all’unità sindacale con la Cisl, come riconosce lo stesso Severi, che si è giunti a stipulare un contratto per i braccianti. In quel periodo, si dispiega un serrato ciclo di lotte che riguardano gli operai disoccupati guidati dalla Camera del Lavoro in efficaci ‘scioperi alla rovescia’. Si assiste, tra l’altro, al rovesciamento di tutto il selciato di Fossombrone pur di creare cantieri di lavoro e ottenere remunerazioni per gli operai. Queste attività, nel periodo 1949-1950, non passano inosservate presentandosi come forme di disordine pubblico. Così, si assiste all’arresto di 21 operai fra cui lo stesso Severi che sconta tre mesi di carcere nelle celle di Urbino: un intero inverno con un vetro rotto ed unica coperta come ha ricordato in una sua testimonianza. Tali lotte si collegano alla richiesta di messa in atto del Piano del lavoro elaborato dalla Cgil nazionale guidata da Giuseppe Di Vittorio. Sul fronte più propriamente politico, nel 1948 Severi entra nel gruppo dirigente della federazione comunista di cui è membro fino al 1965, mentre nel 1951 è eletto consigliere provinciale, così come nel 1960. Nel 1958, dopo aver condotto la Camera del Lavoro in un ciclo di lotte che gli costano tredici denunce ed altrettanti processi, si conclude l’esperienza forsempronese di Severi che viene incaricato dalla Cgil provinciale di dirigere la Camera del Lavoro di Fano dove rimane fino al 1968. Qui le sue lotte riguardano in particolar modo «le lavoratrici degli ortaggi [alle quali] non si applicavano le tariffe e venivano trattate come schiave». Vi è poi il difficile, in prima battuta, rapporto con marinai e pescatori per strappare un contratto di lavoro, anche se le difficoltà maggiori riguardano gli edili dato che la stragrande maggioranza non riconosceva l’agibilità sindacale delle commissioni interne. Su questo fronte, che vede all’opera problematiche sia di carattere salariale sia inerenti al tipo di sviluppo edilizio della città di Fano, risulta importante il ruolo giocato dall’amministrazione locale all’interno della quale lo stesso Severi ha modo di operare per due consigliature. Nel periodo che va dal 1970 al 1982 – su un’indicazione generale, riguardante anche altri sindacalisti, della dirigenza comunista che faceva allora capo ad Enrico Berlinguer – vi è un passaggio dalle attività sindacali a quelle strettamente partitiche. Severi, ora membro del Comitato regionale del Pci, diventa responsabile dell’organizzazione provinciale del partito, che all’epoca significava curare i rapporti con le sezioni, interfacciarsi con gli amministratori locali, con le organizzazioni sindacali così come artigiane ed agricole. Successivamente, dal 1983 fino al 1990, anno che sancisce lo scioglimento del Pci dopo la caduta del Muro di Berlino, Severi ricopre incarichi amministrativi, sia nel consiglio comunale di Fano sia in quello di Fossombrone dov’era rientrato proprio nel 1983. È inoltre vicepresidente della Comunità Montana del Metauro. In questo frangente, peraltro, si distingue in qualità di rappresentante regionale degli emigrati marchigiani in Belgio, Germania e Francia e nei suoi ricordi non esita a rimarcare quanto l’attuale discorso sugli immigrati in Italia non dovrebbe prescindere dal «ricordare che anche noi lo siamo stati». Di particolare rilevanza, sempre in quegli anni, è il suo impegno, a fianco di Gianna Mengucci, in qualità di componente della commissione regionale sanità del Pci incaricato di seguire le vicende legate al varo del Piano sanitario regionale. Infine, è da segnalare anche l’esperienza di capogruppo di minoranza nel consiglio del piccolo comune di Isola del Piano. Dopo il pensionamento, continua a seguire per il Pds e poi per i Ds i problemi della sanità a livello locale. Successivamente aderisce al Pd. Muore a Fossombrone il 5 febbraio 2013.

Fo, Dario
MdM_IT_P_00560 · Pessoa singular
Pulisca, Antonio
MdM_IT_P_00565 · Pessoa singular · 1922 apr. 22 -

Nasce il 20 aprile 1922 a urbino. Entra come funzionario della Cgil è registrato il primo gennaio 1951. Nel 1952 partecipa al corso regionale marchigiano di un mese alla scuola Marabini di Bologna. Il giudizio che il partito dà della sua formazione è lusinghiero: lo descrive come «serio, socievole, disciplinato», molto attaccato al partito, impegnato nello studio, dove dimostra capacità di assimilazione, concretezza e una discreta capacità critica e autocritica. Nel 1953 è nominato alla Camera mandamentale di Cagli, in una zona assai povera di quadri di partito e sindacali. Dopo aver lasciato l’incarico per tentare di mettere su un’attività di stoffe senza successo, nel 1956 riceve una seconda nomina alla segreteria della Camera mandamentale di Cagli. Nel 1957, in un documento è invece indicato come referente della Camera del lavoro di Fossombrone. Elio Salvi in un’intervista testimonia invece che egli rimane a Cagli fino al 1959. Nel 1960 è tra i delegati della Federmezzadri al Congresso provinciale della Camera del lavoro per Fossombrone. Nel 1963 risulta componente della segreteria della Federmezzadri. Nel 1964 è segretario della Federmezzadri di Fano.
Nel 1969 è eletto nel Comitato direttivo della Camera del lavoro provinciale in occasione del VII Congresso, in qualità di segretario della Federbraccianti. Al Congresso del 1973 è eletto nel Comitato direttivo provinciale della Camera del lavoro in quanto segretario provinciale della Federbraccianti.
Nel 1975 è nominato segretario provinciale del Sindacato pensionati. Risulta inoltre nel Direttivo dell’Associazione provinciale agricola.

Gaudenzi, Carlo
MdM_IT_P_00545 · Pessoa singular · 1919 nov. 22 - 2004 nov. 11
Epifani, Guglielmo
MdM_IT_P_00568 · Pessoa singular
Manna, Luigi
MdM_IT_P_00579 · Pessoa singular · 1905 gen. 7 -

Nasce il 7 gennaio 1905 in una famiglia di commercianti ambulanti: il padre ha tendenze anarchiche, la madre è cattolica. Ottiene come titolo di studio la quarta elementare. Milita nell’Azione Cattolica dalla nascita fino al 1940, rivestendo la carica di presidente locale per diversi anni. Si specializza come falegname carradore, Durante il fascismo lavora per proprio conto oppure per alcune ditte in Africa. Si sposa e ha due figli. Dal 1939 al 1942 emigra in Germania per lavoro, venendo rimpatriato per motivi disciplinari, avendo protestato sulle condizioni lavorative. Durante questo soggiorno avviene la sua conversione dalla fede cattolica al comunismo. A segnarlo è un episodio, che racconta in un’intervista rilasciata nel 1985. Aveva incontrato dei prigionieri russi e a uno di loro aveva offerto pane e salame. Questo aveva chiesto un coltello e aveva diviso il poco cibo con tutti i nove compagni. «Io cattolico se mi avessero dato un pezzo di pane e un pezzo di salame l’avrei dato agli altri o l’avrei mangiato di nascosto dove non mi vedeva nessuno con la fame che c’ho», si chiede. «Allora è più civile di me». Questa immagine di solidarietà lo avvicina al comunismo. Partecipa alla guerra di liberazione, collaborando al Comando partigiano di Fano. In questa veste partecipa al disarmo di alcuni carabinieri. Finita la guerra, dal 1945 è attivista della sezione di San Costanzo e responsabile di organizzazione. Qui diventa molto popolare tra i contadini della Valle del Metauro. Dal 1946 è attivista di Federazione. Per due anni è responsabile ad Orciano. Nello stesso periodo è nominato membro della commissione provinciale di organizzazione. Nel 1949 viene condannato insieme ad Adolfo Cenci per avere duramente condannato la repressione della manifestazione mezzadrile del 29 luglio. Nello stesso anno viene incaricato del ruolo di segretario della sezione Pci di Fano e, per due anni, anche di quello di segretario della locale Camera del Lavoro. L’anno successivo diventa responsabile di organizzazione della Federmezzadri provinciale. Nel 1952, al Congresso provinciale, viene nominato delegato provinciale al Congresso nazionale della Federmezzadri. In questi anni incorre in un nuovo arresto, in seguito alle manifestazioni condotte nel Montefeltro e nella valle del Metauro, intorno al rinnovo del patto colonico. Nel 1960 è tra i delegati della Federmezzadri al VI Congresso provinciale della Camera del lavoro. In questa occasione viene nuovamente eletto nel comitato direttivo. La nomina gli viene confermata al Congresso successivo, nel 1963. Nel 1963 è all’Ufficio contratti e vertenze della Camera del lavoro. Dal 1951 viene eletto consigliere provinciale, carica che ricopre per svariati mandati fino al 1970.

Ognibene, Renato
MdM_IT_P_00580 · Pessoa singular · 1928 mar. 1 - 2007 lug. 11

Renato Ognibene è nato a Modena in una famiglia di antifascisti, a sedici anni lascia la scuola per aderire alla Resistenza, è Partigiano combattente nella Brigata "Aristide", che opera nella zona di Carpi. Dopo la Liberazione riprende gli studi, ma ben presto diventa un dirigente delle Associazioni contadine della CGIL.
Deputato del Partito Comunista Italiano, eletto nel collegio di Parma, dal 1963 al 1972, nella IV e V legislatura, Ognibene fu anche, dal 1978 al 1986, consigliere del Comitato economico sociale dell'Unione Europea. Per anni ha anche operato, al fianco di Omar Bisi, come vice presidente dell'ANPI di Modena. Prima della malattia che l'ha costretto al ritiro e che lo ha portato alla morte, Renato Ognibene aveva avuto modo di dichiarare "...nella vita di una persona, come nella vita di una nazione, ci sono alcuni valori che non si vendono e non si comprano, che non si cedono. Ecco perché la riaffermazione dei valori della Resistenza nella realtà di oggi, a cominciare dalla pace, è il terreno per la costruzione di un rinnovato patto tra le generazioni".
Ognibene ha partecipato alla Costituente Contadina ed è stato vicepresidente nazionale della Confederazione italiana coltivatori (Cic). Ha ricoperto anche la carica di presidente nazionale dell’Inac, il Patronato della Cia.

Fanelli, Bino
MdM_IT_P_00581 · Pessoa singular · 1934 mar. 27 -

Nasce ad Acqualagna nel 1934 in una famiglia di origini contadine. La sua formazione politica e sindacale inizia in Umbra, a Gubbio, dove rimane fino al 1954. La prima esperienza nella Cgil è nella Federmezzadri, si avvicina al Partito comunista, ma con posizioni moderate. Emigra in Lussemburgo, quando torna per le ferie dopotre anni gli viene proposto di diventare segretario della Camera del Lavoro di Pergola e vi rimarrà dal 1960 al 1967; successivamente è attivo nella Federmezzadri provinciale, di cui è firmatario, in qualità di segretario, dell’accordo Provinciale intersindacale sulla mezzadria siglato il 21 luglio 1970 presso la sede dell’Unione provinciale degli Agricoltori. Nel 1974 è membro della segreteria provinciale della Camera del Lavoro e nel 1975 segretario della Filtea.

Giannini, Secondo
MdM_IT_P_00583 · Pessoa singular · 1920 ott. 17 -

Nasce a Macerata Feltria il 17 ottobre 1920, in una famiglia di coltivatori diretti. Ha tre fratelli e una sorella. Dopo aver frequentato le scuole elementari inizia a lavorare nel podere di famiglia. Durante la seconda guerra mondiale è mandato in servizio a Fiume dal 1940 al 1943. L’8 settembre lo sorprende a Monfalcone, mentre sta tornando nella città istriana dopo un periodo di licenza. Con un viaggio rischioso, approfittando della confusione, riesce a ritornare a casa, dove attende la fine della guerra, riprendendo il lavoro nel podere di famiglia. Nel frattempo lavora come operaio edile, impiego tenuto fino al settembre del 1947. Subito dopo la liberazione si iscrive al Pci e si impegna nell’organizzazione delle leghe contadine. Il suo status sociale di piccolo proprietario non è in contraddizione con la scelta. In realtà la disgregazione della proprietà fondiaria e l’arretratezza delle campagne avvicinava le condizioni di piccoli proprietari e mezzadri. Entra nel frattempo nella Camera del Lavoro per il Mandamento di Macerata Feltria, costituita nel 1944 da Mario Martini. Quella maceratina costituisce una realtà emblematica della campagna dell’entroterra pesarese che presenta scarsa produttività, una conduzione tecnicamente arretrata, ancestrali rapporti tra i padroni e i mezzadri. Vi sono tutti gli elementi perché il territorio venga coinvolto nelle agitazioni mezzadrili, che uniscono la richiesta dell’applicazione del Lodo De Gasperi alle rivendicazioni per una generale riforma dei patti agrari, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, l’abolizione delle regalie. Il 10 settembre 1947 Secondo Giannini viene incaricato di guidare la segreteria mandamentale di Macerata Feltria. Vive così da protagonista questa stagione di lotta, culminata nel celebre episodio del “sequestro dei padroni” del 28 dicembre 1947. Egli infatti sarebbe stato denunciato e rinviato a giudizio, ma successivamente assolto per insufficienza di prove. La dimostrazione viene fortemente criticata dalla Federmezzadri provinciale per le azioni messe in atto – blocco delle principali strade e occupazione dell’ufficio postale – e per gli effetti controproducenti, come la mole di disdette che colpiscono molti mezzadri, costringendoli a emigrare. Per le sue qualità organizzative Secondo Giannini tuttavia non solo viene confermato alla segreteria per altri cinque anni, ma sostituisce Giovanni Costantini alla direzione del locale sindacato mezzadri. Negli anni successivi anima alcuni “scioperi alla rovescia”, in particolare sulla strada del Fossatone che congiungeva il comune con Montegrimano e Mercatino Conca. Subisce una nuova denuncia e questa volta una condanna per una manifestazione di solidarietà con gli eccidi di Melissa. Nel 1953 è chiamato nella Camera del Lavoro provinciale per dirigere il sindacato degli edili, dove continua a sostenere nuovi scioperi alla rovescia per la strada panoramica appena cominciata; dal 1957 al 1969 viene chiamato a guidare il sindacato dei braccianti, nella cui segreteria era entrato fin dal 1955, e l’Alleanza contadina, che contende alla Coldiretti l’organizzazione dei coltivatori diretti, riuscendo a radicarsi in alcune realtà, soprattutto in seguito alla progressiva trasformazione dei contratti mezzadrili in affitti. «Quando sono andato a lavorare là non c’era niente, nessun gruppo, nessuna organizzazione» ha ricordato in un’intervista, rilasciata all’inizio degli anni Duemila. Nel 1969 Secondo Giannini costituisce a Fano una cooperativa che si occupa della commercializzazione del cavolfiore, particolarmente diffuso nel territorio. Ben presto l’organizzazione supera i mille soci, ma si trova in una difficile situazione finanziaria. Riesce a superarla solo grazie all’intervento dell’Ente di sviluppo regionale che le affida la gestione della centrale ortofrutticola di Fano.
All’attività sindacale Secondo Giannini affianca quella politica. Si iscrive al Pci fin dal 1945. L’anno successivo è nominato segretario nella sezione di Santa Maria Valclava, attività che mantiene fino al dicembre del 1949. Nello stesso anno diventa membro del Comitato federale del Pci. Nel 1964 è candidato alle elezioni comunali del Pci di Pesaro, venendo eletto. Nel 1970 entra invece in Consiglio provinciale dove resta in carica cinque anni. Dal 1975 al 1980 torna a essere consigliere nel consesso comunale di Pesaro.

Magni, Vittorio
MdM_IT_P_00586 · Pessoa singular · [192-?]-

Componente per il partito comunista della Segreteria nazionale della Federmezzadri.

Maiani, Michele
MdM_IT_P_00517 · Pessoa singular · 1962 giu. 25 -

Nato a Montecerignone.

Liuzzi, Giuseppe
MdM_IT_P_00603 · Pessoa singular
Rossini, Massimo
MdM_IT_P_00613 · Pessoa singular · 1941 nov. 7 -

Massimo Rossini nasce in Ancona nel 1941 in una famiglia antifascista, il padre fa il panettiere ed è anarchico, la madre, casalinga, è di famiglia comunista, con una sorella fra le fondatrici del partito in Ancona. Il padre era sindacalista e nei primi anni del dopoguerra riesce a mobilitare i panettieri per ottenere una giornata di riposo settimanale. Il contesto famigliare favorisce l'avvicinamento di Massimo al Partito comunista e alla Cgil. Si iscrive alla Fgci giovanissimo, a quindici anni ha la sua prima tessera, ed è attivo nell'attività politica soprattutto durante le campagne elettorali. Inizia a lavorare come fabbro e poi come idraulico già prima dei quattordici anni, si sposta per conto di una ditta di Ancona in tutta Italia fino a 19 anni. All'interno della Ditta è attento a difendere le condizioni di lavoro e a ottenere per se e per tutti gli altri dipendenti gli adeguamenti della contingenza. Nel 1961 arriva a Pesaro per lavoro e, dopo aver trovato la fidanzata e messo su famiglia, vi si ferma a vivere. Inizia a lavorare nel 1974 all'Azienda municipalizzata del gas e diventa subito delegato per poi entrare nella segreteria della Fnle (Federazione nazionale lavoratori dell'energia). Nel 1995 con il suo pensionamento passa nel direttivo dell Spi per poi diventare presidente della Lega di Pesaro.