Nasce a Bologna il 17 dicembre 1928. È figlio di un impiegato di origine piemontese, Carlo Mombello, e di un’operaia, Olga Cevenini. Gran parte dell’infanzia la trascorre a Torino. Si trasferisce a Bologna nel 1940 soltanto con la madre, dove termina le scuole di avviamento professionale, «perché allora le scuole medie erano riservate a quelli che avevano più soldi». Nella città emiliana conosce la durezza della guerra, ma anche la prima esperienza lavorativa. All’età di tredici anni e mezzo, grazie alle conoscenze di uno zio con uno dei proprietari, viene assunto da uno dei più importanti distributori librari, Messaggerie italiane. In un’intervista descrive questo momento «una fortuna, perché questo coincideva con il mio amore per i libri; già da bambino, non appena avevo due soldi, mi compravo un libro». Il richiamo al fronte colpisce allora molti commessi, tra cui il gestore di una libreria in Piazza della Mercanzia, proprio sotto le due torri: Mombello viene chiamato a sostituirlo. Gli anni in libreria rappresentano un momento decisivo della sua formazione culturale perché gli permettono, non solo di divorare libri, ma anche di confrontarsi con il pubblico attorno alle sue letture. Dopo la guerra un impresario di Rimini gli offre la direzione di un’altra libreria che intende aprire. Così nel 1948 diventa il più giovane direttore di un negozio di libri a Bologna. Ma il nuovo lavoro coincide con l’impegno politico. Nel 1946 Giacomo Mombello si è infatti iscritto alla Federazione giovanile socialista e ha aderito al Sindacato del commercio. La sua partecipazione agli scioperi e alle mobilitazioni dei lavoratori gli costano il licenziamento. Il partito interviene tuttavia, proponendogli l’attività politica a tempo pieno: diventa così prima segretario provinciale, poi regionale della Federazione giovanile. Nel 1949 viene arrestato per la prima volta, durante una manifestazione contro l’adesione al Patto Atlantico.
L’esperienza nella Gioventù Socialista è costellata da molti momenti significativi. Poco più che ventenne partecipa a una delegazione a Baku, in Unione Sovietica, insieme a Italo Calvino. Due anni dopo è invece mandato come rappresentante al festival della Gioventù di Budapest. Nel 1952 si sposa con Roberta Dall'Olio, nata a Ozzano Emilia il 24 maggio 1931. Terminata l’esperienza nella Federazione giovanile, Mombello entra nella Federazione socialista, divenendo responsabile del settore del lavoro di massa. Deve tenere i rapporti con i sindacati, le cooperative e le associazioni di categoria. Sarebbe stato l’apprendistato per il suo futuro impegno da sindacalista, dove acquisisce una coscienza del collettivo.
Nel 1956, sulla base delle ripartizioni di cariche concordate con il Partito comunista, il Partito socialista gli offre la nomina, come componente socialista, alla vice-segreteria della Cgil nazionale oppure la guida della Camera del lavoro di Pesaro o Perugia. Mombello sceglie Pesaro. Subentra così a Giuseppe Angelini, in una realtà dove il Pci è molto forte. Per la prima volta, dal 1946, un non comunista si trova a dirigere la Camera del lavoro. Ma anche per Mombello l’impegno è un’assoluta novità: mai aveva avuto fino ad allora un incarico diretto all’interno del sindacato. La direzione nazionale voleva infatti rivitalizzare il sindacato con l’immissione di forze nuove, in una fase in cui la Cgil sta subendo importanti sconfitte, tra cui la drammatica perdita della maggioranza alla commissione interna della Fiat. Anche in provincia la situazione è sfavorevole: appena insediatosi a Pesaro, Mombello si trova a dover affrontare la perdita della maggioranza da parte della Cgil alla Commissione interna della Fonderia Montecatini: era «la fabbrica più importante, la bandiera più forte che avevamo», avrebbe ricordato Mombello. Al V Congresso provinciale della Cgil, tenutosi il 19 e 20 marzo del 1960, propone una ridefinizione del ruolo e della politica del sindacato nelle compagne: scorge l’inesorabile superamento dell’orizzonte mezzadrile e l’affermazione della piccola proprietà contadina e di un modello cooperativistico. Rivendica inoltre un sindacato attivo e non spettatore del finanziamento da parte dello Stato agli enti territoriali, chiedendo l’elaborazione di piani di intervento pubblico. Infine individua nella lotta aziendale lo strumento fondamentale per intervenire sulle distorsioni delle strutture economico-sociali.
All’impegno sindacale Mombello accosta quello nel partito dove diventa un importante dirigente provinciale. Nel 1959 entra per la prima volta nel consiglio comunale di Pesaro, in sostituzione di Costantino Manchisi. Sarebbe stato confermato ininterrottamente per diverse legislature fino al 1975. Dal novembre del 1960 entra anche in Consiglio provinciale. All’interno del partito aderisce alla corrente di sinistra, in opposizione alla linea autonomista di Nenni. Nel gennaio 1964, dopo la scissione del partito che segue il suo ingresso nei governi di centro-sinistra assieme alla Democrazia cristiana, esce dal Psi per aderire al neonato Psiup: fino al suo scioglimento nel 1972 avrebbe ricoperto le cariche di segretario provinciale e regionale e sarebbe stato un membro della direzione nazionale.
Nel 1965 lascia la segreteria provinciale dopo nove anni, una dei mandati più lunghi nella storia della Cgil pesarese del dopoguerra. Nel 1968, in occasione della IV Mostra internazionale del Nuovo cinema di Pesaro partecipa a una iniziativa in solidarietà con gli operai e gli studenti francesi contro De Gaulle. Il comizio si colloca nel clima di contestazione da parte del movimento studentesco nei confronti dei cineasti e dell’industria del cinema del Sessantotto, che aveva avuto a Cannes il suo momento d’inizio. Ma verso la fine del comizio un gruppo di giovani di estrema destra interviene con alcune provocazioni, la polizia carica i dimostranti, tra cui alcuni registi. Mombello viene fermato insieme a Valentino Orsini. Sarebbe stato rilasciato poco dopo, ma l’ingiusto arresto avrebbe surriscaldato la piazza: gli scontri sarebbero andati avanti tutta la notte.
Nel 1970 Mombello viene eletto nel primo Consiglio regionale delle Marche, venendo nominato capogruppo del Psiup: lo sarebbe rimasto fino al primo marzo 1972 quando il partito confluisce nel Pci. L’ampia stima di cui Mombello gode è confermata dallo stesso Partito comunista, che lo nomina a sua volta capogruppo. Nei quindici anni in cui svolge il suo mandato di consigliere regionale avrebbe ricoperto molteplici incarichi. È tra i membri della Commissione consiliare per lo Statuto regionale e per il regolamento del Consiglio, contribuendo alla stesura della norma statutaria. È inoltre vice-presidente della commissione Affari istituzionali dal 25 settembre 1975 al 5 ottobre 1978. In seguito viene chiamato a presiedere la Commissione permanente sull’istruzione, incarico che ricopre fino al 1980. In questa veste ottiene il varo di due leggi importanti: la legge regionale sulla formazione professionale che la delegava alle unioni dei comuni e la legge per i contributi sul diritto allo studio. Termina il suo impegno in Regione nel 1985, dopo tre mandati consecutivi. Tra 1985 e 1990 ritorna nel Consiglio comunale di Pesaro, sempre nelle file del Pci. Attualmente è presidente onorario dell’Associazione degli ex consiglieri delle Marche.
Nato a Belforte all'Isauro, socialista, entra nella segreteria provinciale Cgil nel 1980.
Rodolfo Costantini nasce a Fossombrone in una famiglia contadina. Frequenta le scuole magistrali a Urbino, dove avviene il suo primo avvicinamento alla politica, con la partecipazione al movimento studentesco urbinate. Terminate le superiori, si iscrive alla facoltà di Pedagogia dell’Università di Urbino, dove partecipa al clima di mobilitazione degli anni Settanta. Si laurea nel 1973. Nel frattempo, all’inizio degli anni Settanta aderisce al Pci. Durante l’Università collabora con la Camera del lavoro di Fossombrone, la città in cui abita. Entra come funzionario nella Cgil il primo gennaio 1975. A proporgli di entrare in Cgil è Olindo Venturi, allora segretario provinciale, che «stava svolgendo un compito di grande rinnovamento con relativo ingresso di nuovi quadri», ricorda lo stesso Rodolfo Costantini in un’intervista. «Era il periodo in cui la Cgil passava da un’organizzazione che coordinava il mondo contadino, la mezzadria e il bracciantato […] a una organizzazione caratterizzata da un forte ingresso di operai». Il ricambio sarebbe stato un percorso lungo, portato a compimento negli anni Ottanta, a cui lo stesso Costantini avrebbe dato un impulso decisivo, una volta divenuto a sua volta segretario provinciale. Sono anche gli anni del terrorismo, che, ricorda lo stesso Costantini è ben presente nel dibattito sindacale.
Inizialmente diventa segretario della Camera del Lavoro di Fossombrone, esperienza che segnerà la sua formazione sindacale basata su una forte caratterizzazione confederale.
Dal 1978 al 1981 è segretario regionale del sindacato di tessili e calzaturieri, in anni in cui il settore conosce una complessa fase di ristrutturazione: molti operai – soprattutto donne – perdono il posto di lavoro e all’azienda strutturata si sostituiscono dei laboratori, che presentavano minori tutele. Costantini si trova a gestire le situazioni difficili che si vivono alla Cia di Fossombrone, alla Baby Brummel di Montemarciano, alla Lebole di Matelica, alla Orland di Filottrano. Al tempo stesso assiste a un decentramento produttivo, di cui è emblematico il distretto del jeans di Urbania. Alle grandi aziende subentra una struttura molecolare a bassa sindacalizzazione, che costringono il sindacato a una riorganizzazione delle tutele dei lavoratori.
Nel 1981 Rodolfo Costantini viene nominato segretario provinciale della Cgil di Pesaro. La sua elezione si colloca nello scontro intestino che attraversava la Cgil, tra la parte più istituzionale legata al partito e una più vicina alle spinte che venivano dalla contestazione. Essendo estraneo alla realtà di Pesaro viene vista come una figura di mediazione. All’epoca molto giovane, aveva appena 31 anni, accelera il rinnovamento del sindacato facendo entrare in posizioni apicali giovani sindacalisti provenienti sia dalla fabbrica che dall’università. Sono anni in cui non solo si assiste a un importante rinnovamento generazionale, ma aumentano gli iscritti al sindacato. Inoltre viene attuata una importante riforma organizzativa con il superamento del livello provinciale attraverso il decentramento nei comprensori ed il rafforzamento del livello regionale. Particolarmente vivo durante la segreteria di Costantini è inoltre il dibattito sindacale sulla riforma del salario e delle pensioni. Ma proprio in questa fase di trasformazione le relazioni tra sindacati si deteriorano. Profondamente convinto del valore dell’unità sindacale, Rodolfo Costantini si adopera per impedire la lacerazione dei rapporti tra le confederazioni sindacali nel periodo dell’aspro scontro a sinistra sul “taglio della contingenza”. Pesaro è la sola provincia a livello nazionale, in grado di realizzare una grande manifestazione unitaria tra Cgil, Cisl e Uil in piazza del Popolo contro i famosi decreti sulla scala mobile.
Nel 1985 è nominato segretario organizzativo regionale della Cgil. Esce dal sindacato l’anno dopo, motivandolo sostanzialmente per due motivi: non riteneva che l’impegno sindacale (o politico) a tempo pieno dovesse diventare un 'mestiere a vita' e vedeva nell’organizzazione il mantenimento di una staticità nelle politiche contrattuali rispetto a processi economici in rapida evoluzione.
Entra dunque nella Lega delle Cooperative impegnandosi nel settore della cooperazione di abitanti.
Nasce il 21 marzo 1945 a Montecerignone in una famiglia di origini contadine. Entra come funzionario della Cgil il 30 gennaio 1968, prima come responsabile della Federmezzadri per le zone di Pesaro e Fano, poi Segretario della Filtea provinciale, nel 1975 è Segretario della Camera del lavoro di Fano e nel 1980 membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale.
Segretario nazionale Federazione braccianti.
La società fu fondata nel 1888 con il nome di Società anonima delle miniere di Montecatini, per lo sfruttamento delle miniere di rame di Montecatini Val di Cecina. Per circa 10 anni la società si dedicò allo sfruttamento della Miniera di Caporciano, quindi, a seguito della scoperta di piriti ferrose in Maremma, passò alla produzione di acido solforico acquisendo concessioni di sfruttamento di miniere di zolfo, la più importante delle quali fu quella di Cabernardi (AN) che risultò essere la miniera di zolfo più grande d'Europa con i suoi circa 100 km di gallerie. Nel 1917 la società cambia la ragione sociale in "Montecatini Società Generale per l'Industria Mineraria" e negli anni 20 in "Montecatini Società Generale per l'Industria Mineraria ed Agricola". Nel 1910 viene chiamato a dirigere la società Guido Donegani, che avrà un ruolo determinante per la storia dell'azienda e del suo sviluppo. Sotto la sua direzione la società, dopo la prima guerra mondiale, entra nel settore dei prodotti chimici e raggiunge una posizione di preminenza sul mercato per la produzione di fertilizzanti fosfatici e azotati e del solfato di rame. Questi importanti risultati nel settore dei fertilizzanti sono dovuti anche alla collaborazione, iniziata nel 1921, con Giacomo Fauser, un ingegnere chimico novarese che aveva messo a punto un sistema per la produzione di ammoniaca a basso costo. Successive operazioni di acquisizione e incorporazione di aziende porteranno la Montecatini ad avere alla fine degli anni Trenta circa 50.000 dipendenti con attività che si estendono dal settore minerario (alunite, blenda, galena, marmo, pirite, zolfo) al settore metallurgico (alluminio, piombo, zinco), dall'industria farmaceutica ai coloranti, dagli esplosivi alle fibre sintetiche, dalle materie plastiche ai fertilizzanti. Dopo la Seconda guerra mondiale, sotto la guida di Carlo Faina e di Piero Giustiniani, la Montecatini sviluppa il settore degli idrocarburi e del petrolchimico. Nel 1959 la Montecatini avvia la realizzazione di uno stabilimento a Brindisi per la produzione di derivati polipropilenici, avvalendosi dei finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno. La realizzazione dello stabilimento si rivela un fallimento. Errori in fase di progettazione e di realizzazione dell'impianto comportarono maggiori costi e l'impegno finanziario che ne derivò influì pesantemente sul bilancio aziendale.
Nel 1966 Mediobanca idea e sostiene l'incorporazione della Montecatini nella Edison; la Montecatini cessa di esistere, mentre Edison, anche per non perdere un marchio storico dell'industria chimica, assume la nuova denominazione di Montecatini Edison e quindi di Montedison.
La Miniera di Cabernardi, attiva dal 1887 e in grado di produrre, fra il 1889 ed il 1899, 325.638 tonnellate di minerale dal quale si ricavarono 65.517 tonnellate di zolfo greggio, viene acquisita nel 1917. Un rapporto della Società Montecatini del 6 maggio 1952 riporta che l'area mineraria risultava essere in via di rapido esaurimento e si prospettava una riduzione della produzione e quindi della manodopera; l'optimum sembrava essere un quantitativo di 400-500 tonnellate giornaliere, che implicava un totale di operai variabile da 665 a 817 persone rispettivamente. Ciò significava dunque una drastica riduzione di oltre la metà del personale impiegato. Il 28 maggio 1952 la Miniera viene occupata dagli operai, a seguito della notizia di un'imminente chiusura dello stabilimento, che viene definitivamente reso inattivo nel 1959. Prima della chiusura definitiva (5 maggio 1959), furono collocati in pensione circa cento operai e più di trecento furono trasferiti negli stabilimenti di Pontelagoscuro, in Toscana, Sicilia e Trentino. Un'altra parte invece migrò in Belgio.
Segretario provinciale della UIL negli anni Sessanta.
La Montedison nasce nel 1966 dalla fusione tra Montecatini ed Edison. La Edison, nata nel 1884 a Milano, è stata una delle prime aziende a sfruttare in Italia l'energia idroelettrica alla base della prima industrializzazione italiana, costruendo dighe lungo l'arco alpino, in particolare in Lombardia; già ai primi del ‘900 la Edison era uno dei gruppi industriali dominanti in Italia, suddividendosi il controllo del mercato elettrico nell'Italia del Nord con la SIP - Società idroelettrica piemontese, concentrata in Piemonte e Liguria, e la SADE, forte nel Nord Est.
Luigi Agostini nasce a San Sisto, frazione di Piandimeleto, il 21 novembre 1940. La famiglia è di estrazione contadina; i genitori sono piccoli coltivatori diretti, possiedono e lavorano un podere nell’Alto Montefeltro, «terra dalla luce unica». Come ricorda lo stesso Agostini in una sua testimonianza, essi erano «per storia e ‘istinto’ […] forse gli unici coltivatori diretti comunisti della zona», considerando la marcata egemonia delle organizzazioni cattoliche della Bonomiana, «che faceva leva proprio sulla questione della proprietà per instillare nei piccoli proprietari un’avversione viscerale contro le idee comuniste». Agostini aderisce al Pci nel 1958 in un frangente come quello a ridosso degli anni Sessanta, in cui la presenza e il radicamento comunista ne facevano «una forza organizzata, ed un modello di organizzazione, senza pari, ineguagliabile: il Pci aveva sui quarantamila iscritti, la Fgci sui cinquemila iscritti, sui trecentomila abitanti della provincia». Egli cresce in una realtà familiare connotata da un interesse totale per la politica. Come ricorda il futuro dirigente sindacale: «nella mia famiglia si parlava sempre e soprattutto di politica; anche la piccola comunità della frazione in cui abitavo parlava quasi sempre di politica; ancora ricordo le discussioni, dopo aver sentito Radio Praga, fra questi uomini distrutti dalla fatica della giornata, sulle vicende di Coppi e Bartali al giro di Francia, e insieme sulla bontà o meno della decisione di Mao di ordinare a Lin Piao di attraversare lo Yangtze per dare l’ultima spallata al regime di Chiang Kai-shek». Una prima svolta nel percorso di vita di Agostini è determinata dalla scelta di continuare gli studi per l’insistenza del maestro elementare con i famigliari. Era un ragazzo che leggeva tutto ed imparava, sosteneva il maestro. Fu il nonno ad avere l’ultima parola – ricorda il futuro sindacalista – la famiglia avrebbe potuto fare il sacrificio di farlo studiare (privandosi del lavoro di un giovane nei campi), solo «alla condizione che io studiassi per poter meglio difendere le loro idee». Successivamente, frequenta il collegio a Sassocorvaro e il Liceo classico Mamiani a Pesaro dove era l’unico nelle sue classi a dichiararsi apertamente comunista e dove apprende che la politica deve basarsi sulla cultura «per non ridursi a semplice maneggio, intrigo, scalata personale, [o] a risultare ininfluente». Al Liceo trova nel professore di Storia e Filosofia, Aldo Giunchi, un formatore eccezionale. Nel 1967 si laurea in Scienze Politiche, con una tesi intitolata Il ruolo del consumo nelle economie pianificate, presso l’Università La Sapienza di Roma. Nello stesso anno entra nella Camera del Lavoro di Pesaro, voluto da Elmo del Bianco, con l’incarico di organizzare, non senza qualche benevola diffidenza, l’Ufficio Studi e già nello stesso anno è incaricato di riorganizzare come segretario provinciale la Fiom, ruolo che ricopre fino al 1972, mentre dal 1970 al 1974 è membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale. Sul versante del Partito, invece, Agostini entra nel Comitato federale della Federazione comunista nel 1968. Di Elmo Del Bianco ricorda un insegnamento indimenticabile: «ricorda sempre, Gigi, che quando tra un operaio ed un intellettuale scocca la scintilla, quella è dinamite». La connotazione politico-culturale della Cgil, come del Partito, in parte ancorata alla congiuntura post-resistenziale e all’insediamento prevalentemente rurale, era nettamente al di sotto di ciò che sarebbe stato necessario sul versante della contrattazione industriale, da cui seguiva che le rivendicazioni di categoria, in quanto soggetto su cui far leva per strappare conquiste e diritti, pur nel quadro di un’azione sindacale di ampio respiro e con un afflato generale, erano scarsamente valorizzate. Agostini ricorda ancora che la quasi unica manifestazione provinciale che si faceva, ma ritualmente, era quella della Federmezzadri. In tal senso, il passaggio da provincia prevalentemente agricola, a provincia con una base fortemente industriale, non era stato colto in tutte le sue implicazioni né dal Partito né dalla Cgil. Come ricorda Agostini: «la contraddizione hegeliana, per dirla in termini solenni, o se vogliamo di classe, può essere emblematizzata dal fatto che due personaggi di grande spicco del Partito, di spicco per la loro storia e per la loro forza, Pierangeli e Fastiggi, erano allo stesso tempo, i due principali padroni della provincia e nello stesso tempo l’uno presidente della Provincia e l’altro Sindaco del Comune di Pesaro!». A questo proposito, egli ricorda che all’organizzazione sindacale di fatto «mancavano le articolazioni forti delle categorie, tranne la Federmezzadri e la Federbraccianti, che comunque erano più un mondo che una categoria». Alla fine degli anni Sessanta la provincia si era trasformata in un territorio con una rilevante presenza industriale, che sovente assumerà la forma del distretto industriale, e la correlativa formazione di una nuova classe operaia mobile e diffusa. Si potevano contare oltre ventimila nuovi operai su una popolazione della provincia di circa trecentomila abitanti. Nel solo settore del legno, come registrava Agostini in un suo intervento all’VIII congresso provinciale della Fillea (agosto 1973), si era passati da 1.600 addetti nel 1951 ad oltre 10.000 nei primi anni Settanta. Si poneva, dunque, una ‘nuova questione operaia e sindacale’ con problematiche legate a «fuori busta imperanti […]; orari di lavoro senza controllo; inquadramenti professionali concentrati sistematicamente agli ultimi livelli; massiccia evasione contributiva». Si trattava di operare «una vera e propria ‘bonifica’ sindacale che non poteva che andare allo scontro con la situazione sindacale e politica in atto». Si era attuata una trasformazione scarsamente guidata dai governi locali (prevalentemente di sinistra): le zone industriali e artigianali messe a disposizione dai tanti comuni e guidata ancor meno dallo stesso sindacato in cui l’avvento dell’‘autunno caldo’, nel 1969, provocò un’accelerazione anche al suo interno, dove, come ricorda Agostini, «la costruzione della Fiom fu un grande fatto innovativo […] per le forme di democrazia adottate, per la partecipazione che riuscì ad innescare, per la mobilitazione sociale che stimolò, per i contenuti di linea rivendicativa, per le forme di lotta, per l’affermazione di nuovi quadri e delegati». La Fiom, pertanto, in quel frangente si fece portavoce di una nuova classe operaia ‘contagiando’ anche altre presenze operaie. In tutti i settori. Di particolare rilievo, in questi termini, sono le dinamiche rivendicative e le forme di lotta all’interno delle nuove fabbriche per la produzione di macchine per il legno (Morbidelli, IDM, Viet, Valeri, ecc.): i delegati di queste ultime divennero una sorta di avanguardie esportando le lotte in altri ambiti, impegnandosi in assemblee nel mondo della scuola. Come ricorda Agostini: «tutti i sabati mattina eravamo impegnati con il Movimento studentesco in assemblee nelle scuole di Pesaro, persino nel santuario della borghesia pesarese, il liceo classico, a parlare di lavoro, di sfruttamento, di diritti, ‘rubando’ i suoi figli e cercando di portarli dalla nostra parte». La crescita di peso della Fiom si lega poi alla nascita anche nel pesarese della Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm), un’esperienza sindacale unitaria che aveva il suo baricentro nell’affermazione e valorizzazione più ampia del sindacato dei Consigli (i quali avevano preso il posto delle vecchie commissioni) e che avrebbe dovuto trovare, secondo Agostini, nella programmazione del territorio (ad esempio attraverso Consigli di Zona e Comuni) la sua sponda sindacale e istituzionale. Tale esperienza, tuttavia, è ostacolata sia all’interno della Cgil sia del Pci e porta, dopo uno scontro feroce, sia dentro il PCI che dentro la Cgil, a quello che lo stesso Agostini chiamò il suo «esilio politico» alla Fiom di Treviso. Ciò coinvolse a cascata tutte le nuove realtà di delegati e quadri cresciuti nell’‘Autunno indimenticabile’. Infatti, all’interno della Cgil pesarese si era giunti ad una sorta di divisione netta, ad una frattura verticale, tra un’ala sindacale più a sinistra, movimentista e critica del Partito – come dice Agostini: «il Partito risentiva dall’essersi troppo adagiato nella resistenza e nella realtà contadina, antecedente alla grande trasformazione industriale della provincia come d’altra parte il grosso dei dirigenti della Camera del Lavoro, per la quasi simbiosi tra partito e sindacato» – e attenta a valorizzare il nuovo Sindacato dei Consigli, e una più moderata e tradizionale che diffidava del cambiamento indotto dal nuovo ruolo dei consigli di fabbrica, delle forme di mobilitazione sociale e dell’impatto che tale spinta sociale poteva creare negli equilibri politici consolidati nella provincia. Lo scontro interno ha un suo esito con lo spostamento di Agostini, su richiesta della Cgil nazionale e in accordo con la Fiom nazionale, alla segreteria della Fiom di Treviso. Ne segue che dalla fine del 1974 al 1976 Agostini è segretario della Fiom-Cgil di Treviso e per i successivi tre anni segretario della Fiom-Cgil del Veneto e del settore elettrodomestico, che ha nella vicenda Zanussi il suo epicentro. Poi per tre anni è segretario della Fiom nazionale, responsabile della siderurgia. Qui, «la ristrutturazione della grande macchina siderurgica, di cui Bagnoli ne diventa il simbolo, rappresenta la palestra formativa, dopo la Zanussi», del suo percorso di dirigente sindacale. Successivamente, per altri tre anni è segretario della Cgil Veneto fino al 1985 anno in cui accede alla segreteria nazionale in qualità di responsabile dell’Organizzazione della Cgil. Si tratta di un frangente in cui si giunge al collasso dell’URSS e allo scioglimento del PCI. Eventi che segnano profondamente Agostini insieme ad alcuni avvicendamenti in seno alla dirigenza sindacale. Infatti, come ha ricordato recentemente: «uno dei periodi più tristi della mia vita sono stati gli anni [1988] della destituzione di Pizzinato. Nelle guerre intestine ognuno dà il peggio di sé, come avevo sperimentato a Pesaro. Le conseguenze anche personali possono essere amare: la vicenda della destituzione di Pizzinato in combinata con lo scioglimento del Pci a cui sono stato fermamente contrario, mi sono costati due anni e più senza incarico nella CGIL nazionale». In precedenza, la parentesi veneta, soprattutto i primi anni, lo aveva visto a capo di una Fiom in contrasto con l’Autonomia operaia guidata da Antonio Negri in un contesto in cui, tuttavia, la questione strategica restava quella di «rompere con l’interclassismo dominante» tipico di un territorio egemonizzato dalla Dc e dalla cultura cattolico/clericale. L’obiettivo politico di fondo in quella fase, come ricorda Agostini, «stava nel costruire il passaggio da un sentimento anti-padronale molto diffuso ad una concezione più compiutamente anticapitalistica». Pertanto, si doveva «espandere la presenza della Cgil, dopo l’affievolirsi se non lo spegnersi degli effetti espansivi, prodotti dalle vicende esemplari delle grandi lotte che avevano segnato la fase immediatamente precedente la vita della Regione (Marghera, Zoppas, Marzotto ecc.)». Ciò porta Agostini a dedicare una particolare cura agli aspetti e agli strumenti culturali, formativi e organizzativi. Aspetti ritenuti sempre dirimenti per una strategia politica che voglia consolidare, conquistare ed espandere le basi sociali del proprio insediamento. Non a caso le parole che gli rivolse Luciano Lama furono: «in Veneto c’è bisogno di dirigenti come te, di dirigenti di frontiera». Dalla seconda metà degli anni Ottanta fino al 2000 Agostini è attivo, pur tra grandi contrasti, nella segreteria e nel vertice della Cgil nazionale (prima in qualità di responsabile dell’industria, poi della funzione pubblica e infine responsabile delle politiche di cittadinanza con particolare riguardo alle politiche del consumo). Dallo stesso anno è stato responsabile del Centro Studi di Politica Economica (Centro studi che faceva riferimento ai Democratici di Sinistra) e dal 2010 è vicepresidente nazionale di Federconsumatori. È inoltre autore di numerosi articoli e saggi In particolare si segnalano la sua rubrica "Note critiche di Luigi Agostini" in Ticonzero e i suoi interventi ne "Il diario del lavoro", quotidiano on-line del lavoro e delle relazioni industriali e su "Strisciarossa". Rilevanti sono anche due importanti lavori monografici: "Il pipistrello di La Fontaine. Crisi, Sinistra, Partito" e "Neosocialismo" pubblicati da Ediesse nel 2014.
Agostini sintetizza il suo modo d’intendere come fare, inscindibilmente, sindacato e politica rimanendo coerenti con i propri ideali giovanili con queste affermazioni: «mi sono sempre considerato un comunista sindacalista. Ho cambiato ruolo di tre anni in tre anni, evitando il più possibile, la peggior malattia che colpisce gli uomini e le organizzazioni: la burocratizzazione». «Ho avuto la fortuna di incontrare maestri di grande livello». «Ho dato il meglio di me ad una organizzazione di combattimento, la CGIL, casa e scudo per i più sfruttati. Ad altri il giudizio sul mio apporto. Da parte mia posso solo dire di essere sempre stato e sempre sarò fedele agli ideali della mia infanzia e giovinezza».
Muore a Roma all'età di 82 anni il 16 maggio 2022.
Giuseppe Righetti nasce a Pesaro il 12 marzo 1926. Appena diciottenne, nel 1944 si iscrive al Partito d'Azione; partecipa poi attivamente alla campagna elettorale per le elezioni politiche e per il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sostenendo la scelta repubblicana. Al momento dello scioglimento del Partito d'Azione, nel 1947 entra nel Partito Socialista Italiano, del quale è ripetutamente vice-segretario e segretario della Federazione provinciale di Pesaro e Urbino, collaborando attivamente con i massimi dirigenti socialisti nazionali (Nenni, Pertini, Morandi, Basso, Lombardi, Mariotti, De Martino, Brodolini, Corona, Pieraccini, ecc.).
Dal 1951 al 1956 vice-presidente della Fondazione "Gioacchino Rossini" di Pesaro. Dal 1956 al 1975 è vice-sindaco del Comune di Pesaro con i sindaci Fastigi, De Sabbata e Stefanini, svolgendo anche le mansioni di assessore all’edilizia privata. Dal luglio 1969 al 1972 è senatore per il PSI, subentrato in sostituzione di Giacomo Brodolini, deceduto l'11 luglio 1969, svolgendo il ruolo di segretario della I Commissione Affari interni e Costituzionali, e componente della Commissione Sanità. Durante l’attività parlamentare ha un assiduo rapporto di collaborazione con Pietro Nenni, proseguito anche successivamente.
Dal 1975 al 1985 viene eletto consigliere regionale delle Marche per il Partito Socialista Italiano, svolgendo anche l'incarico di Presidente della IV Commissione permanente e di capo gruppo del PSI. Dall’8 settembre 1978 al 18 novembre 1980 è assessore regionale al Bilancio, finanze, formazione professionale, personale, lavoro ed enti locali.
Dal 1986 al 1987 fa parte del consiglio di amministrazione della società SIAI Marchetti del gruppo Agusta (EFIM).
È anche componente del Comitato Regionale di Controllo sugli atti degli enti locali della provincia di Pesaro e Urbino. Per dieci anni è coordinatore regionale nelle Marche dell’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica.
Grazie ad formidabile archivio privato, il sen. Righetti è stato un custode ed un divulgatore della memoria storica del PSI marchigiano e nazionale, con articoli e interventi che riportavano alla luce il ricordo di vicende politiche e amministrative che spesso lo avevano visto protagonista.
È nominato Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria, Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana, a Roma il 27 dicembre 2006, su iniziativa del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi.
Muore a Pesaro in 12 marzo 2015.
Le origini della Fiom partono dallo sciopero generale milanese del 28 agosto-6 settembre 1891 e la sua costituzione si ha con il Congresso, tenuto a Livorno il 16 giugno 1901, cinque anni prima di quello della Cgdl (Confederazione generale del lavoro). Con la sua rinascita nell’autunno 1945, ad opera di una commissione rappresentativa delle tre correnti della Cgil, la forza numerica e il riferimento alle origini del movimento assegnano alla Fiom un ruolo di avanguardia del movimento dei lavoratori. Al Congresso costitutivo, che si tiene a Torino dal 5 al 9 dicembre 1946, cambia il significato della sigla: da Federazione italiana operai metallurgici diventa Federazione impiegati operai metallurgici. Il Congresso elegge Segretario Giovanni Roveda che aveva svolto attività sindacale e politica dal primo dopo guerra, poi nella clandestinità e nella Resistenza. La Fiom, che nel dopoguerra conta oltre 600.000 iscritti, rappresenta l’indirizzo social comunista del sindacato e il prestigio della categoria deriva dalla centralità delle fabbriche metallurgiche nell’opposizione al fascismo e dal ruolo assunto nel corso della guerra e della Resistenza. La scissione del 1948 ebbe ripercussioni interne alla Fiom, anche se non in termine numerico degli iscritti che, al X Congresso nazionale, ammontavano a 609.094. Negli anni Cinquanta si apre una stagione di scioperi e rivendicazioni a cui il padronato risponde con discriminazioni, licenziamenti e con l’isolamento dei lavoratori impegnati nelle attività sindacali. E’ di questi anni la flessione del numero degli iscritti che, al Congresso di Livorno del novembre 1952, scendono a 507.360. La divisione sindacale ha come riflesso la firma, nel giugno 1954, di un accordo separato Confindustria con Cisl e Uil. Le minacce di cui erano oggetto i rappresentanti delle commissioni interne portano inoltre alle elezioni alla Fiat a dimezzare i voti della Fiom. Da questi risultati parte una riflessione che farà emergere come causa del voto non solo le intimidazioni del padronato, ma anche il progressivo distacco dell’organizzazione sindacale con la base operaia. Inizia quindi un radicale rinnovamento al vertice e dell’articolazione delle lotte che dovevano svolgersi fabbrica per fabbrica e non subordinate a una linea generale del movimento. Il Congresso del 1956 vede tuttavia il crollo degli iscritti ridotti a 265.836 e, nel 1959, a 185.183. Negli stessi anni riparte l’azione congiunta con Cisl e Uil e alla elezione della Commissione interna alla Fiat, nel 1958, la Fiom ottiene il 32% mentre la Film Cisl dal 45,9% scende al 13,9%. Nel 1960 al XIII Congresso di Brescia c’è un modesto aumento degli iscritti, che salgono a 191.162, ma alle elezioni delle commissioni interne la Fiom registra il 52,7% delle preferenze. Iniziano nuove forme di lotta e, nel dicembre 1960, gli operai celebrano il “Natale in piazza” con la benedizione dell’arcivescovo Montini che testimonia il riconoscimento dell’opinione pubblica delle buone ragioni della lotta sindacale. Gli anni Sessanta rappresentano il decennio, culminato nell' ”autunno caldo” in cui le ore di sciopero registrate e la perdita di produzione furono da record, da settembre a dicembre 1969 sono 184 le ore di sciopero dei metalmeccanici privati e 164 le ore dei metalmeccanici pubblici. Questa fase contrattuale è caratterizzata dal riavvicinamento fra le tre confederazioni e, nel processo di ritorno all’unità sindacale, la Fiom rappresenta la punta avanzata che porterà nel 1973 alla costituzione della Federazione lavoratori metalmeccanici (FLM). Le lotte degli anni Sessanta porta alla conquista di aumenti salariali uguali per tutti, con l’abolizione delle gabbie salariali, delle 40 ore di lavoro settimanali; del diritto di riunione all'interno della fabbrica e di assemblea retribuita per 10 ore annue, l'istituzione della rappresentanza sindacale aziendale. Diritti economici e sociali che vengono consolidati con la legge 20 maggio 1970, n. 300, lo “Statuto dei lavoratori”. Nel 1973 la Fiom, insieme alle altre componenti della Federazione lavoratori metalmeccanici, firma il settimo contratto nazionale, acquisendo le 150 ore di diritto allo studio e le quattro settimane di ferie a cui in segui si aggiunge l'indennità di malattia, d'infortunio e gravidanza.
Nella provincia di Pesaro e Urbino gli operai metalmeccanici organizzati sono 500 già nel 1945 e il primo Contratto collettivo di lavoro per gli impiegati e operai della Montecatini viene firmato dalla Camera del lavoro il 2 maggio 1945. La presenza della Fiom si registra nel corso dell'Assemblea pre congressuale di Fano del 7 marzo 1947 per il I Congresso della Camera confederale del lavoro dell'aprile 1947. Non è tuttavia presente il sindacato di categoria e l'attività viene seguita direttamente dalla Segreteria della Camera del lavoro. Il Segretario generale Cgil, Giacomo Mombello, scrive alla Fiom nazionale (18 gennaio 1963) per informare che non esiste una struttura organizzata della Fiom sul territorio provinciale, ma che è loro intenzione “chiedere ad un operaio - che si è molto distinto per attaccamento e combattività – di lasciare il lavoro e divenire segretario del Sindacato provinciale Fiom”. Fino alla fine degli anni Sessanta l'attività continua ad essere seguita dalla Segreteria della Camera del Lavoro. Il 27 giugno 1970 si tiene il 1° Congresso della Fiom di PesaroFederazione nazionale nel 1963, fino al I Congresso che si tiene a Pesaro il 27 giugno 1970. Al Congresso del 1973 Augusto Isotti viene eletto Segretario provinciale della Fiom - Cgil.
Benito Severi nasce a Pergola il 3 febbraio 1926. Proviene da una famiglia di estrazione contadina e antifascista con simpatie anarchiche e comuniste. Completa la scuola primaria e successivamente l’avviamento professionale, ma fin dai 12 anni lavora nel piccolo appezzamento di terra dei genitori e dall’età di 16 anni, fino alla Liberazione, saltuariamente presso i mezzadri della zona. Dal 1944 al 1946 lavora come bracciante agricolo presso l’azienda forestale delle Cesane di Fossombrone, territorio comunale dove la famiglia si era spostata. Inizia ad occuparsi di politica nel 1944 e nell’inverno dell’anno successivo aderisce al Pci presso la sezione di Fossombrone. Poco dopo si occupa di stampa e propaganda nella cellula di San Martino al Piano e nel 1946 costituisce e guida una cellula comunista in una località limitrofa. Parallelamente si sviluppa anche la sua militanza nella Cgil dove è segretario della Camera del Lavoro di Fossombrone fino al 1958. In un frangente è anche membro della segreteria provinciale della Federmezzadri e primo segretario della Confederterra del mandamento di Fossombrone. Gli esordi in qualità di sindacalista lo vedono impegnato in serrate lotte a fianco alle filandaie, ai braccianti e ai disoccupati della zona. Come ricorda lo stesso Severi, si trattava di «quasi mille filandaie che lavoravano in cinque stabilimenti». A Fossombrone la lotta viene portata avanti insieme ad Alfio Tinti della corrente cristiana della Cgil (poi leader della Cisl ed esponente politico della Democrazia cristiana) dove si riescono a costituire le prime commissioni interne nelle fabbriche. Lo stesso vale per i braccianti, che subito dopo il periodo bellico raggiungono la cifra di 980 e sono coloro che «con il Comando Forestale e con le stesse amministrazioni locali hanno rimboscato la Cesana». Severi, in quell’occasione, viene eletto per la Cgil (dopo la rottura del fronte unitario con l’uscita della componente cristiana) con l’88% dei voti nella commissione interna. Tuttavia, è grazie all’unità sindacale con la Cisl, come riconosce lo stesso Severi, che si è giunti a stipulare un contratto per i braccianti. In quel periodo, si dispiega un serrato ciclo di lotte che riguardano gli operai disoccupati guidati dalla Camera del Lavoro in efficaci ‘scioperi alla rovescia’. Si assiste, tra l’altro, al rovesciamento di tutto il selciato di Fossombrone pur di creare cantieri di lavoro e ottenere remunerazioni per gli operai. Queste attività, nel periodo 1949-1950, non passano inosservate presentandosi come forme di disordine pubblico. Così, si assiste all’arresto di 21 operai fra cui lo stesso Severi che sconta tre mesi di carcere nelle celle di Urbino: un intero inverno con un vetro rotto ed unica coperta come ha ricordato in una sua testimonianza. Tali lotte si collegano alla richiesta di messa in atto del Piano del lavoro elaborato dalla Cgil nazionale guidata da Giuseppe Di Vittorio. Sul fronte più propriamente politico, nel 1948 Severi entra nel gruppo dirigente della federazione comunista di cui è membro fino al 1965, mentre nel 1951 è eletto consigliere provinciale, così come nel 1960. Nel 1958, dopo aver condotto la Camera del Lavoro in un ciclo di lotte che gli costano tredici denunce ed altrettanti processi, si conclude l’esperienza forsempronese di Severi che viene incaricato dalla Cgil provinciale di dirigere la Camera del Lavoro di Fano dove rimane fino al 1968. Qui le sue lotte riguardano in particolar modo «le lavoratrici degli ortaggi [alle quali] non si applicavano le tariffe e venivano trattate come schiave». Vi è poi il difficile, in prima battuta, rapporto con marinai e pescatori per strappare un contratto di lavoro, anche se le difficoltà maggiori riguardano gli edili dato che la stragrande maggioranza non riconosceva l’agibilità sindacale delle commissioni interne. Su questo fronte, che vede all’opera problematiche sia di carattere salariale sia inerenti al tipo di sviluppo edilizio della città di Fano, risulta importante il ruolo giocato dall’amministrazione locale all’interno della quale lo stesso Severi ha modo di operare per due consigliature. Nel periodo che va dal 1970 al 1982 – su un’indicazione generale, riguardante anche altri sindacalisti, della dirigenza comunista che faceva allora capo ad Enrico Berlinguer – vi è un passaggio dalle attività sindacali a quelle strettamente partitiche. Severi, ora membro del Comitato regionale del Pci, diventa responsabile dell’organizzazione provinciale del partito, che all’epoca significava curare i rapporti con le sezioni, interfacciarsi con gli amministratori locali, con le organizzazioni sindacali così come artigiane ed agricole. Successivamente, dal 1983 fino al 1990, anno che sancisce lo scioglimento del Pci dopo la caduta del Muro di Berlino, Severi ricopre incarichi amministrativi, sia nel consiglio comunale di Fano sia in quello di Fossombrone dov’era rientrato proprio nel 1983. È inoltre vicepresidente della Comunità Montana del Metauro. In questo frangente, peraltro, si distingue in qualità di rappresentante regionale degli emigrati marchigiani in Belgio, Germania e Francia e nei suoi ricordi non esita a rimarcare quanto l’attuale discorso sugli immigrati in Italia non dovrebbe prescindere dal «ricordare che anche noi lo siamo stati». Di particolare rilevanza, sempre in quegli anni, è il suo impegno, a fianco di Gianna Mengucci, in qualità di componente della commissione regionale sanità del Pci incaricato di seguire le vicende legate al varo del Piano sanitario regionale. Infine, è da segnalare anche l’esperienza di capogruppo di minoranza nel consiglio del piccolo comune di Isola del Piano. Dopo il pensionamento, continua a seguire per il Pds e poi per i Ds i problemi della sanità a livello locale. Successivamente aderisce al Pd. Muore a Fossombrone il 5 febbraio 2013.
La Federazione italiana dei lavoratori del legno, dell'edilizia e delle industrie affini si forma nel 1956 con l'unificazione della Federazione italiana lavoratori edili e affini con la Federazione dei lavoratori del legno, boschivi e varie.
La storia del sindacato dei lavoratori della scuola è molto complesso e accanto ai sindacati Confederali aderenti alla Cgil, Cisl e Uil sono attivi negli anni molti sindacati autonomi.
Con il Congresso fondativo, il 28 aprile 1946 nasce la Federazione italiana della scuola (Fis) che comprendeva i lavoratori della scuola di ogni ordine e grado, dopo la scissione del 1948 la Fis esce dalla Cgil.
Nel 1967 per iniziativa di un gruppo di insegnanti si riuniscono nuclei autonomi e a dicembre ad Ariccia si tiene l'Assemblea costitutiva del Sindacato scuola Cgil, in cui vengono eletti un Comitato nazionale e una Segreteria provvisori.
Nel 1968 e 1969 si animano le proteste con scioperi per l'assistenza sanitaria diretta e il riassetto di carriere e retribuzioni e in questa fase si sviluppa la fase costituente del sindacato scuola Cgil, con l'estensione sul territorio della rete dei gruppi promotori, nei quali prevalgono gli insegnanti medi e nuclei di "non docenti". Il 17-20 dicembre 1970 si tiene il I Congresso del Sindacato Nazionale Scuola Sns-Cgil e il 23-26 maggio 1974 il II Congresso (a Pesaro il 30 aprile).
Il Sindacato Italiano Unitario dei Lavoratori di Polizia (SIULP) nasce come punto d'arrivo di un percorso iniziato intorno al 1970, quando gli appartenenti al Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza avviano un Movimento per la smilitarizzazione, la riforma e la sindacalizzazione del Corpo. I promotori cercano fin da subito il collegamento con CGIL, CISL, UIL e con i partiti politici, ponendo alla base l'esigenza di evitare strumentalizzazioni e rivendicando la rinuncia al diritto di sciopero per non compromettere l'efficienza del servizio. Dopo le prime riunioni pubbliche del 1974 – a luglio a Roma, e a dicembre all'Hotel Hilton con la prima Assemblea nazionale – il Movimento si dotò di un Comitato nazionale di coordinamento, composto dai segretari generali di CGIL, CISL, UIL e da otto poliziotti. La svolta arrivò nel 1976, quando il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga autorizzò il personale a riunirsi in comitati per discutere la riforma. Il 4 maggio 1980, al cinema Adriano di Roma, venne adottato lo Statuto che sancì ufficialmente la nascita del SIULP, e pochi mesi dopo, nell'aprile 1981, entrò in vigore la legge n. 121 di riforma dell'ex Corpo delle Guardie di P.S., che istituisce la Polizia di Stato come amministrazione civile, riconoscendo ai suoi appartenenti i diritti sindacali con l'esclusione del diritto di sciopero. Il I Congresso nazionale, tenutosi a Roma dal 24 al 27 luglio 1982, celebra la nascita del sindacato con circa 40.000 iscritti. Nel primo periodo post-congressuale, il sindacato si dedicò all'assestamento organizzativo e alla costruzione della piattaforma rivendicativa. Dopo un anno di mobilitazioni, nel 1983 venne approvato il primo Contratto nazionale di lavoro, cui seguì, nel 1984, l'accordo sulla contrattazione decentrata che assegna un ruolo alle strutture territoriali. Il 1987 vide il SIULP in prima fila nella manifestazione contro il terrorismo al Teatro Brancaccio di Roma.
Il terzo Congresso, tenutosi a Chianciano nel giugno 1991, celebrò il decennale della riforma e registrò un sindacato che rappresentava oltre la metà dei lavoratori di polizia sindacalizzati; in quella sede venne rilanciata con forza la battaglia per il Comparto Sicurezza e per un effettivo coordinamento tra le diverse forze di polizia. L'anno successivo, le stragi di Capaci e via D'Amelio videro il SIULP in prima linea nella mobilitazione antimafia, mentre una sentenza della Corte Costituzionale, che equiparava i sottufficiali dei carabinieri agli ispettori di Polizia, creava gravi sperequazioni, prontamente affrontate dal sindacato che ottenne il riequilibrio con la legge n. 216 del 1992 e si oppose all'istituzione di un Segretariato generale della P.S. che avrebbe ridimensionato il Dipartimento. Il 1994 si apre con le battaglie per il riordino delle carriere e per il Comparto Sicurezza, con una grande manifestazione nazionale a Roma a cui partecipano 20.000 lavoratori del Comparto. La mobilitazione porta al Decreto legge n. 195 del 1995, che definisce il nuovo sistema di relazioni sindacali del Comparto Sicurezza, al Decreto legge n. 197 del 1995, che riordina le carriere non direttive degli apparati di polizia, e infine al primo contratto nazionale del Comparto Sicurezza, nel luglio dello stesso anno. Il III Congresso nazionale del giugno 1996 a Chianciano, pone al centro la contrattazione di secondo livello e la riforma delle pensioni per la Polizia di Stato, avviando una mobilitazione che si conclude con una grande manifestazione a Roma il 30 aprile. Nel 1998 il SIULP organizza un importante convegno sulla dirigenza della Polizia di Stato, affrontando per la prima volta in modo organico il problema del rafforzamento del ruolo dei dirigenti; e nello stesso anno il sindacato si confronta con la legge di sanatoria dell'immigrazione clandestina, nuova emergenza per l'ordine pubblico.
Nelle Marche e a Pesaro, il SIULP ha un radicamento significativo, inizialmente legato alla CISL, che forniva spazi e contatti organizzativi. Il primo segretario provinciale a Pesaro è Fausto Stefani, poi subentra Alessandro Camilletti. Figura di rilievo è Mariano Giancarli, assistente capo in servizio alla DIGOS, che raccoglie e conserva la documentazione sindacale locale. Negli anni Ottanta, l'Amministrazione favorisce la nascita del sindacato autonomo SAP, inviando a Pesaro il segretario generale Carmine Fioriti, che riesce a creare una sezione locale, fino ad allora assente. Nel 1999, lo spostamento a destra del SIULP porta a una scissione interna del sindacato unitario e alla fondazione da parte della CGIL del SILP. A Pesaro, Lido Scalpelli e Aroldo Tagliabracci danno vita al SILP (Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia), che però rimane numericamente minoritario rispetto al SIULP e al SAP. A livello regionale, c’è una presenza prevalente della UIL a Macerata, mentre ad Ancona il SIULP è radicato tra il personale delle volanti.
Partito politico italiano di sinistra radicale fondato nel dicembre 1972 mediante la confluenza di due distinti soggetti politici, il Nuovo Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP) e Alternativa Socialista. Nel 1974 si fonde con il gruppo del Manifesto divenendo il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo.
Nasce il 20 aprile 1922 a urbino. Entra come funzionario della Cgil è registrato il primo gennaio 1951. Nel 1952 partecipa al corso regionale marchigiano di un mese alla scuola Marabini di Bologna. Il giudizio che il partito dà della sua formazione è lusinghiero: lo descrive come «serio, socievole, disciplinato», molto attaccato al partito, impegnato nello studio, dove dimostra capacità di assimilazione, concretezza e una discreta capacità critica e autocritica. Nel 1953 è nominato alla Camera mandamentale di Cagli, in una zona assai povera di quadri di partito e sindacali. Dopo aver lasciato l’incarico per tentare di mettere su un’attività di stoffe senza successo, nel 1956 riceve una seconda nomina alla segreteria della Camera mandamentale di Cagli. Nel 1957, in un documento è invece indicato come referente della Camera del lavoro di Fossombrone. Elio Salvi in un’intervista testimonia invece che egli rimane a Cagli fino al 1959. Nel 1960 è tra i delegati della Federmezzadri al Congresso provinciale della Camera del lavoro per Fossombrone. Nel 1963 risulta componente della segreteria della Federmezzadri. Nel 1964 è segretario della Federmezzadri di Fano.
Nel 1969 è eletto nel Comitato direttivo della Camera del lavoro provinciale in occasione del VII Congresso, in qualità di segretario della Federbraccianti. Al Congresso del 1973 è eletto nel Comitato direttivo provinciale della Camera del lavoro in quanto segretario provinciale della Federbraccianti.
Nel 1975 è nominato segretario provinciale del Sindacato pensionati. Risulta inoltre nel Direttivo dell’Associazione provinciale agricola.
Il sindacato della Funzione Pubblica (FP) viene istituito con il Congresso di Rimini del 14-18 aprile 1980, unificando i lavoratori del pubblico impiego, della sanità privata e del settore socio-sanitario educativo. Primo segretario generale è Giuseppe Lampis, sostituito già nel 1981 da Aldo Giunti.
Le origini risalgono al 1945, quando si costituì la Federazione nazionale dipendenti statali (FNDS). Nel 1955, con il Congresso di quell'anno, il sindacato degli enti locali e quello degli ospedalieri si fusero nella Federazione nazionale dipendenti enti locali e ospedalieri (FNDELO), che negli anni successivi ampliò progressivamente le proprie competenze e il proprio ambito di rappresentanza, fino a trasformarsi nella Federazione lavoratori enti locali e sanità (FLELS). Per tutto questo periodo, rimasero comunque ben distinti tre grandi raggruppamenti: gli enti locali, gli ospedalieri, e il settore della nettezza urbana con le aziende municipalizzate. Fu proprio la necessità di superare questa frammentazione e di dare unità a un mondo del lavoro in profonda trasformazione a portare, nel 1980, alla nascita della Funzione Pubblica, che raccolse e ricompose quelle diverse tradizioni in un unico soggetto sindacale.
Negli anni successivi, il sindacato si impegnò su diversi fronti: già nel 1982 la FP nazionale avviò le prime iniziative per l'applicazione della riforma sanitaria, intervenendo con proposte sul prontuario terapeutico. A metà degli anni Ottanta, il sindacato si fece promotore di proposte sull'occupazione e sulla riforma degli accessi nella pubblica amministrazione, mentre sul finire del decennio seguì con attenzione la legge finanziaria e le norme sulla spesa sanitaria e sull'occupazione negli enti locali.
Nelle Marche e a Pesaro, la FP ha un radicamento profondo e precoce, ereditato dalle precedenti federazioni. Già nel 1977, la Federazione provinciale lavoratori Enti locali e sanità tenne il proprio Congresso a Pesaro, alla Casa del popolo di Muraglia. Il 5 giugno 1981 si tenne il primo Congresso della Funzione pubblica del comprensorio pesarese, che elesse il proprio Direttivo. L'attività locale si concentrò sulla difesa dei livelli occupazionali e sul miglioramento delle condizioni di lavoro, come testimoniano le numerose vertenze per la mobilità e la salvaguardia dei posti di lavoro nelle amministrazioni locali e nella sanità, seguite con costante attenzione dalla segreteria territoriale. Nel corso degli anni Novanta e Duemila, il sindacato si confrontò con le riforme del pubblico impiego e le privatizzazioni dei servizi, mantenendo una presenza capillare sul territorio attraverso le assemblee congressuali di base, le elezioni delle RSU e un'intensa attività di tutela individuale documentata da iscrizioni, deleghe e pratiche di disoccupazione.
Nasce il 7 gennaio 1905 in una famiglia di commercianti ambulanti: il padre ha tendenze anarchiche, la madre è cattolica. Ottiene come titolo di studio la quarta elementare. Milita nell’Azione Cattolica dalla nascita fino al 1940, rivestendo la carica di presidente locale per diversi anni. Si specializza come falegname carradore, Durante il fascismo lavora per proprio conto oppure per alcune ditte in Africa. Si sposa e ha due figli. Dal 1939 al 1942 emigra in Germania per lavoro, venendo rimpatriato per motivi disciplinari, avendo protestato sulle condizioni lavorative. Durante questo soggiorno avviene la sua conversione dalla fede cattolica al comunismo. A segnarlo è un episodio, che racconta in un’intervista rilasciata nel 1985. Aveva incontrato dei prigionieri russi e a uno di loro aveva offerto pane e salame. Questo aveva chiesto un coltello e aveva diviso il poco cibo con tutti i nove compagni. «Io cattolico se mi avessero dato un pezzo di pane e un pezzo di salame l’avrei dato agli altri o l’avrei mangiato di nascosto dove non mi vedeva nessuno con la fame che c’ho», si chiede. «Allora è più civile di me». Questa immagine di solidarietà lo avvicina al comunismo. Partecipa alla guerra di liberazione, collaborando al Comando partigiano di Fano. In questa veste partecipa al disarmo di alcuni carabinieri. Finita la guerra, dal 1945 è attivista della sezione di San Costanzo e responsabile di organizzazione. Qui diventa molto popolare tra i contadini della Valle del Metauro. Dal 1946 è attivista di Federazione. Per due anni è responsabile ad Orciano. Nello stesso periodo è nominato membro della commissione provinciale di organizzazione. Nel 1949 viene condannato insieme ad Adolfo Cenci per avere duramente condannato la repressione della manifestazione mezzadrile del 29 luglio. Nello stesso anno viene incaricato del ruolo di segretario della sezione Pci di Fano e, per due anni, anche di quello di segretario della locale Camera del Lavoro. L’anno successivo diventa responsabile di organizzazione della Federmezzadri provinciale. Nel 1952, al Congresso provinciale, viene nominato delegato provinciale al Congresso nazionale della Federmezzadri. In questi anni incorre in un nuovo arresto, in seguito alle manifestazioni condotte nel Montefeltro e nella valle del Metauro, intorno al rinnovo del patto colonico. Nel 1960 è tra i delegati della Federmezzadri al VI Congresso provinciale della Camera del lavoro. In questa occasione viene nuovamente eletto nel comitato direttivo. La nomina gli viene confermata al Congresso successivo, nel 1963. Nel 1963 è all’Ufficio contratti e vertenze della Camera del lavoro. Dal 1951 viene eletto consigliere provinciale, carica che ricopre per svariati mandati fino al 1970.
Renato Ognibene è nato a Modena in una famiglia di antifascisti, a sedici anni lascia la scuola per aderire alla Resistenza, è Partigiano combattente nella Brigata "Aristide", che opera nella zona di Carpi. Dopo la Liberazione riprende gli studi, ma ben presto diventa un dirigente delle Associazioni contadine della CGIL.
Deputato del Partito Comunista Italiano, eletto nel collegio di Parma, dal 1963 al 1972, nella IV e V legislatura, Ognibene fu anche, dal 1978 al 1986, consigliere del Comitato economico sociale dell'Unione Europea. Per anni ha anche operato, al fianco di Omar Bisi, come vice presidente dell'ANPI di Modena. Prima della malattia che l'ha costretto al ritiro e che lo ha portato alla morte, Renato Ognibene aveva avuto modo di dichiarare "...nella vita di una persona, come nella vita di una nazione, ci sono alcuni valori che non si vendono e non si comprano, che non si cedono. Ecco perché la riaffermazione dei valori della Resistenza nella realtà di oggi, a cominciare dalla pace, è il terreno per la costruzione di un rinnovato patto tra le generazioni".
Ognibene ha partecipato alla Costituente Contadina ed è stato vicepresidente nazionale della Confederazione italiana coltivatori (Cic). Ha ricoperto anche la carica di presidente nazionale dell’Inac, il Patronato della Cia.
Nasce ad Acqualagna nel 1934 in una famiglia di origini contadine. La sua formazione politica e sindacale inizia in Umbra, a Gubbio, dove rimane fino al 1954. La prima esperienza nella Cgil è nella Federmezzadri, si avvicina al Partito comunista, ma con posizioni moderate. Emigra in Lussemburgo, quando torna per le ferie dopotre anni gli viene proposto di diventare segretario della Camera del Lavoro di Pergola e vi rimarrà dal 1960 al 1967; successivamente è attivo nella Federmezzadri provinciale, di cui è firmatario, in qualità di segretario, dell’accordo Provinciale intersindacale sulla mezzadria siglato il 21 luglio 1970 presso la sede dell’Unione provinciale degli Agricoltori. Nel 1974 è membro della segreteria provinciale della Camera del Lavoro e nel 1975 segretario della Filtea.
Nasce a Macerata Feltria il 17 ottobre 1920, in una famiglia di coltivatori diretti. Ha tre fratelli e una sorella. Dopo aver frequentato le scuole elementari inizia a lavorare nel podere di famiglia. Durante la seconda guerra mondiale è mandato in servizio a Fiume dal 1940 al 1943. L’8 settembre lo sorprende a Monfalcone, mentre sta tornando nella città istriana dopo un periodo di licenza. Con un viaggio rischioso, approfittando della confusione, riesce a ritornare a casa, dove attende la fine della guerra, riprendendo il lavoro nel podere di famiglia. Nel frattempo lavora come operaio edile, impiego tenuto fino al settembre del 1947. Subito dopo la liberazione si iscrive al Pci e si impegna nell’organizzazione delle leghe contadine. Il suo status sociale di piccolo proprietario non è in contraddizione con la scelta. In realtà la disgregazione della proprietà fondiaria e l’arretratezza delle campagne avvicinava le condizioni di piccoli proprietari e mezzadri. Entra nel frattempo nella Camera del Lavoro per il Mandamento di Macerata Feltria, costituita nel 1944 da Mario Martini. Quella maceratina costituisce una realtà emblematica della campagna dell’entroterra pesarese che presenta scarsa produttività, una conduzione tecnicamente arretrata, ancestrali rapporti tra i padroni e i mezzadri. Vi sono tutti gli elementi perché il territorio venga coinvolto nelle agitazioni mezzadrili, che uniscono la richiesta dell’applicazione del Lodo De Gasperi alle rivendicazioni per una generale riforma dei patti agrari, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, l’abolizione delle regalie. Il 10 settembre 1947 Secondo Giannini viene incaricato di guidare la segreteria mandamentale di Macerata Feltria. Vive così da protagonista questa stagione di lotta, culminata nel celebre episodio del “sequestro dei padroni” del 28 dicembre 1947. Egli infatti sarebbe stato denunciato e rinviato a giudizio, ma successivamente assolto per insufficienza di prove. La dimostrazione viene fortemente criticata dalla Federmezzadri provinciale per le azioni messe in atto – blocco delle principali strade e occupazione dell’ufficio postale – e per gli effetti controproducenti, come la mole di disdette che colpiscono molti mezzadri, costringendoli a emigrare. Per le sue qualità organizzative Secondo Giannini tuttavia non solo viene confermato alla segreteria per altri cinque anni, ma sostituisce Giovanni Costantini alla direzione del locale sindacato mezzadri. Negli anni successivi anima alcuni “scioperi alla rovescia”, in particolare sulla strada del Fossatone che congiungeva il comune con Montegrimano e Mercatino Conca. Subisce una nuova denuncia e questa volta una condanna per una manifestazione di solidarietà con gli eccidi di Melissa. Nel 1953 è chiamato nella Camera del Lavoro provinciale per dirigere il sindacato degli edili, dove continua a sostenere nuovi scioperi alla rovescia per la strada panoramica appena cominciata; dal 1957 al 1969 viene chiamato a guidare il sindacato dei braccianti, nella cui segreteria era entrato fin dal 1955, e l’Alleanza contadina, che contende alla Coldiretti l’organizzazione dei coltivatori diretti, riuscendo a radicarsi in alcune realtà, soprattutto in seguito alla progressiva trasformazione dei contratti mezzadrili in affitti. «Quando sono andato a lavorare là non c’era niente, nessun gruppo, nessuna organizzazione» ha ricordato in un’intervista, rilasciata all’inizio degli anni Duemila. Nel 1969 Secondo Giannini costituisce a Fano una cooperativa che si occupa della commercializzazione del cavolfiore, particolarmente diffuso nel territorio. Ben presto l’organizzazione supera i mille soci, ma si trova in una difficile situazione finanziaria. Riesce a superarla solo grazie all’intervento dell’Ente di sviluppo regionale che le affida la gestione della centrale ortofrutticola di Fano.
All’attività sindacale Secondo Giannini affianca quella politica. Si iscrive al Pci fin dal 1945. L’anno successivo è nominato segretario nella sezione di Santa Maria Valclava, attività che mantiene fino al dicembre del 1949. Nello stesso anno diventa membro del Comitato federale del Pci. Nel 1964 è candidato alle elezioni comunali del Pci di Pesaro, venendo eletto. Nel 1970 entra invece in Consiglio provinciale dove resta in carica cinque anni. Dal 1975 al 1980 torna a essere consigliere nel consesso comunale di Pesaro.
Componente per il partito comunista della Segreteria nazionale della Federmezzadri.
La Federbraccianti si costituisce a Ferrara al Congresso che si tenne dal 25 al 29 gennaio 1948. La Federbraccianti era uno dei quattro sindacati aderenti alla Confederterra, nata a Bologna nell'ottobre del 1946, subentrata alla Federterra che, dal 1901 al 1945, aveva riunito tutti i lavoratori dell'agricoltura. La Federbraccianti rappresenta gruppi del proletariato agricolo come gli avventizi, le mondariso e i salariati fissi. Le forme di lotta adottate nel secondo dopoguerra si intrecciano con la lotta politica facendo pressione sui governi per riformare i metodi di distribuzione del lavoro e per contrastare il caporalato. Dopo la scissione sindacale, nel 1948, il governo attraverso fenomeni di clientelismo favorisce la crescita del sindacato cattolico e la Federbraccianti spinge per forme di resistenza a oltranza, arrivando al boicottaggio degli uffici del lavoro e l'elezione diretta dei collocatori. Queste azioni porteranno al contrasto con la CGIL di Di Vittorio che nel 1949, scavalcando la Federbraccianti, troverà un accordo con il Governo. La Federbraccianti riuscì a imporre il diritto di trattare a livello nazionale per estendere le conquiste normative delle aree territoriali più forti agli operai agricoli di tutto il paese. Nel 1949 si ha il primo accordo nazionale, seguito dal Patto nazionale per i braccianti del 1950 e quello per i salariati fissi del 1951. Nonostante I primi accordi nazionali non segnino avanzamenti significativi, rappresentano comunque il riconoscimento formale della forza del sindacato in un periodo storico che vede la repressione degli scioperi con le armi e che causano nell'arco di pochi anni, dal 1945 al 1954, 109 morti, 148.269 arresti e 61.234 condanne. Lo sforzo del sindacato e del Partito comunista fu quello di contenere la violenza nella lotta politica e sindacale.
Nato a Montecerignone.
Il Sindacato nazionale dei professori d'orchestra si costituisce a Firenze con il Congresso del 1946, fissa la sede a Roma insieme alla Federazione italiana lavoratori dello spettacolo (Fils-Cgil) a cui è affiliato. Nel primo congresso viene decisa la costituzione di un albo professionale per comprendere i professori d'orchestra stabilendo i criteri per l'ammissione. Viene anche stabilito che il collocamento venga sottoposto al controllo del Sindacato provinciale. Le prime carte del Sindacato provinciale professori d'orchestra di Pesaro, risalgono a un registro di cassa del 1947 e nel 1948 si fa riferimento alla "Cooperativa lavoratori dello spettacolo Pesaro" . Il Sindacato provinciale professori d'orchestra si occupa del collocamento degli orchestrali su richiesta di Teatri e Enti lirici e stipula i contratti. La Legge n. 264 del 1949 introduce un cambiamento e vieta espressamente l'esercizio della mediazione e successivamente, in considerazione delle particolari esigenze di lavoro nel mondo dello spettacolo, il D.P.R n. 2053 del 1963 istituisce gli Uffici speciali alle dipendenze del Ministero del lavoro e previdenza sociale che diventando l'unico tramite per il collocamento. Questa norma è contestata e nella relazione presentata al Congresso nazionale Fils del 29 ottobre 1959 si sottolinea come "l'aver sottratto completamente alla naturale competenza sindacale l'avviamento al lavoro nel settore dello spettacolo" sia la causa dell'inadeguatezza dell'Ufficio speciale a valutare le competenze necessarie per l'esercizio della professione. Nonostante le riforme normative il Sindacato provinciale di Pesaro si occupa del collocamento fino a tutto il 1957. I primi contratti presenti nel Fondo risalgono al 1955 e sono firmati per il Sindacato dal Prof. Enzo Lupi. La Segreteria provinciale è affidata al violoncellista Alfredo Lancione coadiuvato dalla violinista Jole Angelotti.
Massimo Rossini nasce in Ancona nel 1941 in una famiglia antifascista, il padre fa il panettiere ed è anarchico, la madre, casalinga, è di famiglia comunista, con una sorella fra le fondatrici del partito in Ancona. Il padre era sindacalista e nei primi anni del dopoguerra riesce a mobilitare i panettieri per ottenere una giornata di riposo settimanale. Il contesto famigliare favorisce l'avvicinamento di Massimo al Partito comunista e alla Cgil. Si iscrive alla Fgci giovanissimo, a quindici anni ha la sua prima tessera, ed è attivo nell'attività politica soprattutto durante le campagne elettorali. Inizia a lavorare come fabbro e poi come idraulico già prima dei quattordici anni, si sposta per conto di una ditta di Ancona in tutta Italia fino a 19 anni. All'interno della Ditta è attento a difendere le condizioni di lavoro e a ottenere per se e per tutti gli altri dipendenti gli adeguamenti della contingenza. Nel 1961 arriva a Pesaro per lavoro e, dopo aver trovato la fidanzata e messo su famiglia, vi si ferma a vivere. Inizia a lavorare nel 1974 all'Azienda municipalizzata del gas e diventa subito delegato per poi entrare nella segreteria della Fnle (Federazione nazionale lavoratori dell'energia). Nel 1995 con il suo pensionamento passa nel direttivo dell Spi per poi diventare presidente della Lega di Pesaro.
Responsabile nazionale del Coordinamento donne pensionate SPI.
Nasce in Ancona dove frequenta le scuole fino alla terza media, proseguendo poi da autodidatta. A soli 14 anni entra ne Fronte della gioventù nelle file delle avanguardie garibaldine, nel 1949 si iscrive alla Fgci , di cui sarà dirigente per oltre quindici anni. Nel 1956 e 1957 frequenta i corsi della scuola del Pci e nel 1959 diventa funzionario della Cgil. L'attività nel partito comunista prosegue parallela a quella nella Cgil fino a entrare nei quadri della Cgil regionale nel 1969. Nel 1971 diventa segretario provinciale della Fiom di Ancona e nel 1978 entra nella direzione regionale della Fiom. Lascia la Fiom nel 1983 quando va in pensione, per poi occuparsi dello Spi. Muore a Senigallia il 15 agosto 1985.
Nato a Roma.